Documentario sulla violenza ostetrica su ARTE, il nostro cameo

Siamo liete di comunicarvi l’uscita sul canale ARTE del documentario “Unter Schmerzen gebierst du Kinder” sulla violenza ostetrica realizzato dalla regista francese Ovidie. OVOItalia, rappresentato da Elena Skoko e Michela Cericco, ha partecipato raccontando le vicende della proposta di legge Zaccagnini (*depositata alla Camera), la campagna #bastatacere e il seguito.

Il documentario sarà visibile in Italiano fino alla data 16/09/2019 su questo link: https://www.arte.tv/it/videos/081587-000-A/con-dolore-partorirai-figli/

 

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Quale impatto ha avuto la campagna #bastatacere?

Bastatacere_bannerPer celebrare tre anni dalla campagna #bastatacere abbiamo chiesto alle utenti della Pagina Facebook qual è stato l’impatto dell’iniziativa su di loro. Queste sono le loro risposte… Grazie.

Rita Mi sono sentita in primis ascoltata e meno sola. Ho preso coscienza del fatto che non bisogna avere paura di parlarne, perché sono cose di cui ci si vergogna…

Samantha La consapevolezza di non essere stata la sola a subire e avere avuto la possibilità di raccontare anche il mio vissuto, la mia esperienza mi ha aiutata molto a livello psicologico ad affrontare la cosa, perché parlare e condividere aiuta, non cambia purtroppo ciò che è accaduto, ma ti aiuta a elaborare il dolore che per tanti anni mi ero portata dentro!!!

Francesca L’influenza su di me ? Ho potuto vivere il terzo parto proprio come lo desideravo. Grazie

Chiara Aver capito che il mio parto potevo viverlo diversamente, in modo più sereno e consapevole, che posso scegliere…e così sarà per il mio secondo parto. Sono a 37+6

Serena Non so se vi raccontai la mia esperienza, fatto sta che ho scoperto la vostra pagina grazie ad un’amica, che lei si sta battendo su questo delicato tema. Da lì ho capito il perché sono ingrassata 30 kg, dopo il parto, quando non avevo preso nulla in gravidanza. Ora ho superato lo stress post partum e sono disposta a mettermi in mano ad un dietologo. Voglio rinascere!

Manuela La consapevolezza che non sono io che faccio la vittima ma che sono stata realmente vittima….la mia storia è stata particolare e grazie a voi ho capito che esiste un mondo rispetto a tutto questo…..penso che oltre alla violenza ostetrica molto sia dovuto anche all incompetenza di alcuni operatori sanitari ….

Emanuela Siete di infinito sostegno. Grazie.

Eliana La consapevolezza che non è un obbligo subire tanto dolore.

Cristina Capire che non è stata colpa mia. E vivere un secondo parto molto più consapevole e rispettato.

Grecia Fernanda La consapevolezza dei miei diritti se mai avrò un figlio, cosa aspettarmi e cosa no, e magari conoscendo ciò che può andare storto avere una rete di sostegno che nel momento che magari non sarò così lucida non sia da sola e possa fermare il tutto per me o sostenermi nel farlo. Dovreste fare eventi nelle università italiane però, sarebbe utile, a infermiere, ostetriche e personale sanitario. 😊 senza di voi non sarei mai venuta a conoscenza di questa realtà.

Cesarina Mi sono sentita meno sola.

Monica La consapevolezza di non essere la sola! E la forza per portare avanti la mia causa ormai da un anno in tribunale!!!!

Nicoletta Il parto vaginale a tutti i costi, l’allattamento come unica soluzione e la colpevolizzazione della donna che non ci riesce, oltre alle piccole sevizie che si operano in ospedale al fine di punire le donne che scelgono il cesareo. C’è un fortissimo bisogno di parlare di questi temi, snobbati da tutti per obbedire alla filosofia dominante.

Martina Luna Ha innescato in me un meccanismo di ricerca interiore e guarigione…finito quel percorso, ora aiuto le altre donne ed è un onore.

Gessica Ho iniziato a seguirvi che ancora non avevo in progetto una gravidanza, 4 mesi fa ho partorito il mio bambino e sono felice di averlo fatto con tanta consapevolezza e sapendo cosa non volevo subire. Ho avuto un parto potente e soprattutto rispettoso dei miei tempi e con una fantastica ostetrica che continuava a ripetermi “ascolta il tuo bambino”, ero terrorizzata dal parto in ospedale ma grazie alle testimonianze che avete raccolto sapevo con certezza cosa non volevo subire e ho coinvolto il mio compagno per assicurarmi che non fosse fatto nulla senza il nostro consenso. Grazie per avermi aperto la mente e avermi aiutata ad avere un parto rispettato.

Teresa Condivisi la mia esperienza negativa sulla vostra pagina e, leggendo i vostri articoli e i commenti ai post, finalmente capii di non essere sola. Quando ne parlavo con qualcuno sembravo l’unica ad aver passato certe cose!

Teresa La consapevolezza che non sono io sbagliata. La consapevolezza che non ci si può affidare a cuor leggero ai sanitari. La consapevolezza che è un campo dove ci sono poche tutele e troppe bugie. Ho sperimentato l’omertà delle altre donne (vicine e lontane)e soprattutto dei medici e relativa equipe. La consapevolezza che qualcosa di serio vada fatto per poterci ritenere un paese civile. La consapevole che troppo spesso il rispetto va di pari passo con la possibilità di comprarlo.Grazie per questo impegno per noi donne senza voce.

Filippa Io ho capito che non è normale subire certi trattamenti. Che non è vero quel che ti dicono amici e parenti dopo il parto “basta che il bambino stia bene”. No cavoli, è importante che anche la mamma stia bene. La mia prima esperienza (terribile) di parto mi ha insegnato che non è importante solo nascere ma anche come lo si fa.

Laura La consapevolezza di avere subito un abuso che avevo cercato di mettere da parte. Ho anche letto esperienze peggiori della mia.

Charlotte Mia cugina per aver negato vit.K e gocce oftalmiche al bimbo ed aver rifiutato profilassi in quanto zero neg. ha subito pressioni psicologiche per tutto il tempo del ricovero per poi essere offesa da una “dott.ssa” alle dimissioni. È vergognoso e inaccettabile. Ci vorrebbero delle leggi chiare non raccomandazioni.

What Women Want: un anno dopo

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In questo giorno, un anno fa, OVOItalia ha partecipato alla campagna internazionale @WhatWomenWantHC per sentire da parte di un milione di donne e ragazze di che cosa hanno bisogno in merito ai servizi di assistenza alla maternità e nelle scelte riproduttive. L’obiettivo era ambizioso ma sapendo che l’assistenza sanitaria è migliore se tiene conto delle esigenze espresse dai chi ne usufruisce, dovevamo almeno provarci.

Oggi, mentre celebriamo la Giornata Internazionale dei Diritti e della Salute delle Madri, possiamo dire che il nostro obiettivo è stato addirittura superato, con le testimonianze di 1.187.738 donne e ragazze da tutto il mondo che hanno partecipato con la loro voce, avanzando le richieste che riguardano la loro salute e il loro benessere.

I risultati saranno comunicati alla conferenza Women Deliver, il 4 giugno 2019, insieme alla richiesta di essere ascoltate e con l’invito all’azione.

www.whatwomenwant.org/womendeliver

 

 

Il parto rispettato: se son rose, fioriranno

Intervista a Carlo Dorizzi, ginecologo e primario dell’Ospedale di Monselice-Schiavonia (Ospedali Riuniti Padova Sud Madre Teresa di Calcutta)

di Melissa Bonnet (Onde di Vita APS) e Elena Skoko (OVOItalia)

 

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Primario Carlo Dorizzi e Melissa Bonnet, associazione Onde di Vita

Nell’estate 2018 è successo qualcosa di straordinario. Le associazioni che si occupano della nascita sul territorio di Padova sono state convocate dal nuovo primario, il dott. Carlo Dorizzi.

L’iniziativa ha lascito di stucco le madri impegnate nell’attivismo per la “buona nascita”, abituate a fare tanta fatica per essere ascoltate e poi ricevere in cambio l’indifferenza da parte delle istituzioni, se non addirittura lettere di diffida intimidatorie da intere categorie di professionisti. Le parole che questo ginecologo-ostetrico dedica alla campagna #bastatacere e al tema della violenza ostetrica ci fanno sperare in un futuro più solare e pacifico. Sono le parole che avremmo voluto sentire dai professionisti e dalle istituzioni sin dall’inizio.

L’associazione Onde di Vita, rappresentata da Melissa Bonnet, ha accolto con entusiasmo l’invito, ha visitato l’ospedale, ha parlato con il responsabile e con il personale e ha proposto degli eventi in collaborazione che sono stati accolti positivamente. OVOItalia le ha proposto di fare un’intervista al nuovo primario, che sembrava aver capito lo spirito dei tempi e le richieste delle donne e si è adoperato per avvicinarsi il più possibile ad una visione positiva e rispettosa dell’assistenza al parto e alla nascita.

Nel nostro sistema sanitario, le persone possono fare la differenza, in particolare le persone che esercitano un ruolo di potere e di responsabilità. Questa modalità ha i suoi punti deboli, per esempio, se cambia il dirigente, cambiano anche il servizio e i rapporti all’interno dell’équipe. Il sistema non ha memoria e i principi quali umanità, compassione e rispetto fungono da iniezioni di vitamine sporadiche fornite dalle persone, invece di far parte dell’essenza stessa del sistema sanitario universale. Per un/a dirigente è difficile far attivare il principio di partecipazione della società civile, come previsto dalla Legge 833, che ha istituito il Servizio Sanitario Nazionale nel 1978, perché richiede uno sforzo in più, temporale e relazionale. Eppure, con il giusto approccio e il rispetto reciproco, anche questo è possibile e il sistema ne può beneficiare, creando legami a lungo termine tra l’ospedale e il territorio, anche nell’ambito della maternità e nascita, come previsto dal Decreto Fazio del 2010.

Pertanto, accogliamo con entusiasmo il “nuovo umanesimo” del dott. Dorizzi e auguriamo a lui, al personale, alle utenti, alla struttura e al territorio lunga vita, prosperità e benessere. Possano le madri e i neonati beneficiarne il più possibile, ricordandoci che il rispetto nel parto parte dal rispetto di noi stesse.

Le parole di Carlo Dorizzi ci hanno incantato… siamo delle romantiche incurabili. Dunque, se son rose, fioriranno! Questo 8 Marzo 2019 ci piace celebrare così.

1. Lei è un uomo giovane, come vede la sua professione e il suo ruolo in essa? Come si trova ad essere un primario?

Grazie per il giovane! In realtà sento la passione, la curiosità e anche il divertimento per il lavoro che faccio. E questo è un tipo di lavoro che si prende la tua vita. Ho sempre lavorato lontano da casa, e così la mia vita e il lavoro si sono mescolati e compenetrati. Perché la frequentazione quotidiana, il lavoro, è tempo comune, esperienze comuni, vita comune. Con la fortuna da parte mia di incontrare tanti professionisti, persone e amici che hanno condiviso con me e alimentato questa passione. Perciò ho sempre cercato di stare bene sul lavoro e far stare bene le persone con cui lavoro. Da tutti ho imparato qualcosa e a tutti ho rubato qualcosa. Rimanere attaccati a quello che abbiamo imparato grazie a qualcuno ci permette di concretizzare qualcosa. L’avventura del primariato che sto vivendo la vedo come una grande opportunità che mi è capitata di continuare a seguire il mio destino.

2. Secondo lei c’è un ricambio generazionale in questo momento, e se sì, la nuova generazione di ginecologi ha un’idea diversa dell’ostetricia rispetto alla generazione precedente? Ci può illustrare la sua “filosofia”?

Dopo la specializzazione ho avuto la fortuna di lavorare sempre in contesti professionali molto diversi ma piuttosto democratici, in cui la qualità era un requisito prioritario rispetto alla biologia…perciò non credo che l’età anagrafica rappresenti di per se stessa un’investitura. Così come non credo a successioni generazionali. Ogni generazione di professionisti porta con se cose buone e cose meno buone. Ciò che fa la differenza dal mio punto di vista sono le persone. Chi ha avuto il coraggio di scommettere su di me sa che scommette su una visione diversa da quella che premia l’individualismo, in cui conta molto la selezione e la valorizzazione di persone dotate di un’etica del lavoro di equipe. Costruire una squadra nella mia testa è ben differente che creare un gruppo, perché la squadra gioca unita per degli obiettivi. In quest’ottica e anche per propensione personale ho investito su 2 caratteristiche per me fondamentali: la lealtà e l’entusiasmo. E nel gruppo sono emerse spontaneamente queste qualità, che cerco sempre di premiare.

3. Come si è trovato nel reparto di ostetricia dell’ospedale di Monselice-Schiavonia al suo arrivo in agosto 2018? C’erano dei dati sugli esiti a sua disposizione? C’era una modalità di assistenza particolare?

Al mio arrivo a Monselice a fine agosto [2018] ho trovato tanta fiducia e tanti sorrisi di incoraggiamento, e soprattutto una disarmante “urgenza” di mettersi in gioco e di collaborazione che non intendo deludere. Perciò tutte le mie scelte sono orientate in questo senso. Erano presenti buone pratiche cliniche ma affidate alle iniziative dei singoli, poco partecipate o poco orchestrate, con esiti altalenanti sia per l’ostetricia che per la ginecologia. Ciò aveva un po’ paralizzato la situazione, e una buona parte del mio lavoro è senz’altro quella di “scongelarla”, motivando i miei collaboratori, fornendogli gli strumenti e mettendoli nelle condizioni di valorizzare la loro professionalità. E in questa prospettiva offro la mia proposta di lavoro di squadra, fiducia e condivisione di responsabilità e di obiettivi.

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Primario Carlo Dorizzi, coordinatrice ostetrica Maristella Pelizza e Melissa Bonnet, Associazione Onde di Vita

4. Cos’è cambiato con il suo arrivo?

Ho la presunzione di aver assistito in queste poche settimane ad una specie di “fioritura”….e il clima che si respira è esattamente quell’armonia necessaria allo svilupparsi di progetti ambiziosi in cui tutti si sentano coinvolti e protagonisti.

5. Come vede questo reparto tra 5 anni? In caso dovesse cambiare ospedale, quale eredità vorrebbe lasciare?
Mi piacerebbe sentirmi superfluo, ma restare per vedere con soddisfazione la mia squadra non avere bisogno di me.

6. Quante sale parto ci sono nel reparto e che aspetto hanno? Il travaglio e/o il parto avvengono insieme ad altre donne oppure vi sono soluzioni per la privacy? I servizi igienici sono privati o comuni? C’è una vasca o doccia in ogni sala? Fate anche parti in acqua?
Nel nostro reparto disponiamo di 5 stanze singole per il travaglio, il parto e il post-parto, in grado di ospitare la coppia in intimità. Le stanze sono molto accoglienti per architetture spaziose, luminosità e decori e tutte dotate di bagno privato. In una di queste stanze è presente una vasca per il travaglio e il parto in acqua, ma anche tutte le altre stanze offrono diverse soluzioni di comfort, come la doccia o la possibilità di diffusione della musica preferita, e dispongono della palla e dello sgabello olandese.

7. Durante il travaglio e il parto, la donna ha libertà di movimento e può decidere sulle posizioni da assumere per travaglio e parto? Il monitoraggio è continuo o ad intermittenza e/o wireless?

Tutte le nostre ostetriche incoraggiano la libertà di movimento durante il travaglio, e l’adozione di posizioni libere, privilegiando in condizioni di fisiologia il monitoraggio intermittente del battito fetale. Dati i volumi del nostro punto nascita, l’assistenza che riusciamo ad erogare è di tipo individuale, con rapporto one-to-one. I turni delle ostetriche si alternano sulle 12 ore e questo consente nella maggior parte dei casi una presa in carico personalizzata. Qualora si renda necessario un monitoraggio continuo disponiamo anche della telemetria per interferire il meno possibile con questa opportunità.

8. Nella sua visione di gestione del reparto, come vede il rapporto con le utenti? È previsto un piano di parto? Possono essere accompagnate da uno a due persone lungo tutto il percorso, anche in caso di cesareo?
Ciò che ritengo fondamentale nel rapporto con le utenti è il loro coinvolgimento nelle decisioni terapeutiche che le riguardano, guidate da un’informazione libera e aderenti alle buone pratiche cliniche. Perciò conosciamo e accogliamo i diversi piani del parto ma ho la presunzione, nella mia idea di sala parto ideale, che un giorno possano divenire del tutto superflui perché il “contratto” tra gli operatori e le utenti sia già esplicito e rappresenti la sintesi migliore possibile tra le aspettative delle utenti e le possibilità di assistenza di cui disponiamo. Nella maggior parte dei casi questo incontro è reso possibile, dal mio punto di vista, solo dal dialogo aperto e partecipato in cui vengano accolte con fiducia tutte le istanze da entrambe le parti. Offriamo inoltre la possibilità al partner, e/o una persona di fiducia individuata dalla paziente, di essere sempre presente durante il travaglio, il parto e il post-parto, anche nel caso in cui si debba scegliere un parto cesareo, nei limiti che consentano l’operatività in sicurezza di tutti, soprattutto nelle situazioni di urgenza/emergenza.

9. Madre e bambino possono fare il pelle a pelle senza tagliare il cordone ombelicale in sala operatoria? Bisogna fare una richiesta specifica?

Attualmente, anche in corso di taglio cesareo è possibile il contatto pelle a pelle immediato tra madre e neonato, dopo il clampaggio del cordone, che è comunque ritardato in assenza di fattori che richiedano l’immediato intervento pediatrico. Ci stiamo adoperando per promuovere una cultura di sensibilizzazione in questa direzione.

10. Quale sono le reali indicazioni secondo Lei per programmare un cesareo?

Veniamo da un periodo storico in cui si è abusato in modo non congruo del ricorso al parto cesareo, spesso assecondando falsi miti, timori immotivati, e forzando in alcune circostanze le reali indicazioni. Credo che insieme alle ansie degli operatori si possano anche indicare le ansie o i condizionamenti di molte utenti che erroneamente vedono in questa modalità di parto una soluzione rapida e sicura per il momento del parto e per eludere il dolore. Vi sono senz’altro alcune indicazioni, per lo più urgenti, che tengono conto della necessità di espletare il parto in tempi rapidi, per la compromissione della salute fetale o materna. Altre di elezione, come la posizione anomala della placenta davanti al canale del parto (o placenta previa) o la presentazione podalica del feto, quando fallisce o non è possibile il tentativo di rivolgimento, che noi proponiamo. Al di là di queste tutte le altre indicazioni non si configurano come assolute ma possono scaturire da una valutazione partecipata anche da parte della paziente, dopo un’informazione adeguata circa i rischi e i benefici di una scelta rispetto all’altra.

11. I dati statistici sul tasso di cesarei, episiotomia, VBAC, sono consultabili online o possono essere richiesti dalle utenti?
Sì, tutti i dati relativi alla modalità del parto e alle procedure ad esso associate sono pubblici e derivano prevalentemente dal certificato di assistenza al parto regionale (CeDAP).

12. Quando ho visitato il vostro reparto sono stata piacevolmente sorpresa di trovare le notifiche all’entrata delle camere le scritte in diverse lingue. Avete anche personale che parla diverse lingue per facilitare la comunicazione con le donne straniere?

Si molti operatori conoscono altre lingue e sono in grado di relazionarsi con utenti straniere. E’ inoltre possibile attivare un mediatore culturale qualora se ne presenti la necessità.

13. Come vede il ruolo del ginecologo rispetto a quello dell’ostetrica?
Direi complementare. In condizioni di fisiologia, per poter offrire alle donne la migliore esperienza del parto, è necessario che l’ostetrica abbia consapevolezza e mezzi per gestire in autonomia il travaglio e il parto. Per mantenere elevati gli standard di sicurezza è altrettanto auspicabile che vi siano l’armonia e la fiducia per interfacciarsi e consultarsi liberamente con il medico. A sua volta, il ginecologo dovrebbe contenere il proprio intervento nell’ambito del necessario, privilegiando un atteggiamento includente, possibilista, spiegando e condividendo le proprie scelte.

14. Rispetto alle pratiche cliniche, avete dei protocolli specifici, seguite delle linee guida in particolare, oppure i professionisti e le professioniste hanno autonomia di gestione?
Sulla base delle raccomandazioni OMS stiamo conducendo un ampio lavoro di revisione di tutte le procedure, per uniformare quanto più possibile i nostri comportamenti clinici, e alcuni di questi protocolli sono già operativi.

15. Per esempio, avete un protocollo per i VBAC? E VBA2C?

Uno di questi è per esempio il percorso per la paziente con un precedente taglio cesareo. Per le donne con più di un taglio cesareo precedente offriamo un percorso personalizzato che discutiamo singolarmente.

17. Ci sono protocolli per l’induzione ad un certo numero di settimane? La donna può rifiutare ed aspettare se lo desidera e ci sono condizioni?
Abbiamo anche una procedura condivisa per l’induzione oltre il termine. Offriamo una condotta di attesa sino alla 42 settimana con la possibilità di accedere a modalità alternative, più dolci, fisiologiche e non farmacologiche per favorire l’insorgenza del travaglio, come ad esempio lo scollamento delle membrane, come raccomandato nelle principali linee guida anglosassoni, una visita che a dispetto di infondati e fuorvianti pregiudizi, comporta un minimo discomfort ed è sicuramente meno invadente dell’utilizzo di purganti lassativi di triste memoria fascista.

18. Ho letto nel suo curriculum che ha assistito anche gemelli e parti podalici vaginali. Lo fa anche nell’ospedale di Monselice-Schiavonia?
La presentazione cefalica di entrambi i gemelli in una gravidanza bicoriale biamniotica (cioè con 2 placente e 2 sacchi distinti) è indicazione al parto vaginale e ci adoperiamo per assecondarla e renderla possibile. Le altre condizioni gemellari sono legate all’esperienza dell’operatore e mi adopero per offrire un counseling personalizzato alle pazienti, offrendo la mia personale disponibilità. Per i podici offriamo l’opportunità del rivolgimento per manovre esterne.

19. Come sono i rapporti tra l’ospedale e l’amministrazione dell’ASL? E con la Regione? Vi sono delle politiche regionali particolari nell’ambito del percorso nascita?
Direi che i rapporti tra il nostro ospedale e la direzione strategica dell’azienda sono proficui e di collaborazione. Il progetto Regionale in evidenza in questo momento è senz’altro quello del BRO o basso rischio ostetrico, che dopo una prima fase sperimentale in alcune altre province del Veneto, diventerà operativo con il nuovo anno anche nel territorio dell’ULSS 6 Euganea.

 

20. Tra breve partirà o è già partito il progetto BRO (basso rischio ostetrico), di che cosa si tratta? Come utenti, un po’ ci preoccupa una distinzione basata sul rischio – un termine che colpisce le mamme e che è di difficile

definizione. Sembra che, in fondo, siano tutte a rischio, quando – secondo l’OMS – sarebbero soltanto il 10%. Cosa ne pensa?
Il modello del BRO, a discapito di una denominazione che, contemplando una stratificazione del rischio, può indurre dubbi o timori, si caratterizza proprio per intercettare e riconoscere invece tutte le gravidanze fisiologiche da avviare ad un percorso meno invasivo e medicalizzato, che faccia riferimento all’ostetrica come figura cardine per l’assistenza, e anche per la prescrizione. Trovo che sia un approccio davvero rivoluzionario perché inverte totalmente la prospettiva con cui si guardava alla gravidanza, partendo finalmente dall’assunto che la gestazione è nella maggior parte dei casi un evento del tutto fisiologico. Se questi presupposti non saranno “traditi” si tratta, a mio modo di vedere, di un vero rinnovamento culturale, allineato alle indicazioni dell’OMS, cui aderisco con entusiasmo.

21. Ha sentito parlare della campagna #bastatacere e della “violenza ostetrica”? Cosa ne pensa?
Si certo, sono campagne note a tutti gli operatori e che ci mettono davanti alle nostre mancanze culturali e ancor di più, umane verso i diritti fondamentali della persona, il rispetto, la dignità, la riservatezza, la partecipazione alle decisioni nelle scelte che le riguardano. Per questo, forse, alcuni operatori si sono sentiti offesi o hanno atteggiamenti di distanza senza volontà di comprendere, destituiti per così dire di un presunto potere decisionale e operativo, quasi ieratico, da sempre esercitato in modo automatico, quando non coercitivo. Dobbiamo posare sui corpi femminili sguardi femminili. Coltivando la nostra sensibilità e una modalità partecipativa delle utenti alle opzioni di gestione clinica e terapeutiche. Raccontando le nostre impressioni cliniche e perché no, anche i nostri dubbi, perché non è sempre tutto bianco o nero. Proponendo una gestione e le possibili alternative, chiedendone l’adesione e informando sui possibili esiti in un senso e nell’altro. Solo così come operatori “sensibilizzati” possiamo chiedere a nostra volta rispetto e comprensione del nostro lavoro e anche dei nostri limiti. Del resto nessuno da fiducia a chi non la ricambia.

 

22. L’Ospedale di Monselice-Schiavonia aderisce all’iniziativa UNICEF “Ospedale Amico dei Bambini?” Esistono altre iniziative dedicate alle madri. Ne è a conoscenza?
So che è già stata prodotta tutta la parte documentale e con il prossimo piano formativo dell’anno 2019, congiuntamente con la dr.ssa Carlini, Direttrice della

Pediatria, abbiamo intenzione di proseguire nel percorso di accreditamento, richiedendo la visita ispettiva. Analogamente però vorrei creare una cultura di sensibilizzazione su tutti gli aspetti che caratterizzano il nostro lavoro come “amico delle mamme”, come già mi avete dato ampia opportunità di esprimere. Sono anche però convinto che il successo maggiore sia quello che otterremo quando non ci sarà davvero più bisogno di categorizzare gli ospedali, istruire campagne o sensibilizzare gli operatori o le utenti, perché finalmente sarà universalmente condivisa la fiducia reciproca nel rispetto delle singole persone che cooperano e sono protagoniste nell’evento più straordinario che conosciamo, la nascita di un essere umano.

Violenza ostetrica, pratiche di advocacy e spazi di maternità: una sintesi

* Anael Piana. Riassunto tesi di laurea: “Violenza ostetrica, pratiche di advocacy e spazi di maternità”, Università degli Studi di Milano-Bicocca, corso di laurea magistrale in Scienze Antropologiche ed Etnologiche, Coordinatrice/Relatrice: Claudia Mattalucci, Anno accademico 2016-2017

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In questo articolo vorrei presentare i risultati di una ricerca sul campo svolta a Roma, in collaborazione con l’Osservatorio sulla Violenza Ostetrica in Italia, tra marzo e maggio 2017, per la realizzazione della mia tesi di laurea magistrale in Scienze Antropologiche ed Etnologiche presso l’Università degli Studi di Milano-Bicocca. Mi sono proposta di esaminare il fenomeno effettivo e la categoria analitica di violenza ostetrica attraverso la viva voce e le esperienze delle donne e delle madri attiviste, nell’ambito del movimento di advocacy per il parto che ha promosso la campagna #bastatacere ed è culminato nella fondazione dell’Osservatorio sulla Violenza Ostetrica in Italia.

Con il termine violenza ostetrica si indica una tipologia di violenza di genere esercitata, consapevolmente o meno, dal personale sanitario su madri e partorienti nei servizi di assistenza alla nascita. Essa si esprime in condotte irrispettose e trattamenti disumanizzanti, eccesso di medicalizzazione e patologizzazione dei processi riproduttivi, e si traduce nell’appropriazione dei corpi delle donne e nella limitazione della loro autonomia e capacità decisionale. Questa definizione è comparsa per la prima volta nel decennio scorso in America Latina, dove è stata ratificata dagli ordinamenti giuridici di Venezuela (2007), Argentina (2009) e Messico (2007-2014).

Sebbene l’Organizzazione Mondiale della Sanità abbia pienamente riconosciuto l’esistenza di abusi e trattamenti irrispettosi nei servizi di assistenza alla nascita solamente nel 2014 con la dichiarazione The prevention and elimination of disrespect and abuse during facility-based childbirth (WHO 2014), la denuncia di un’assistenza non all’altezza dei bisogni delle donne e il conseguente impegno per riformularla durano da decenni. La stessa OMS aveva pubblicato nel 1985, sull’onda di un dibattito sulla salute sessuale e riproduttiva femminile che durava dagli anni Sessanta, coinvolgendo tanto le organizzazioni internazionali quanto i movimenti “dal basso” (associazioni di madri e ostetriche), il documento Appropriate Technology for Birth (WHO 1985), una serie di raccomandazioni innovative che criticavano l’assistenza biomedica alla nascita a partire dai suoi modelli interpretativi. Questo documento, infatti, metteva in dubbio la scientificità delle tecnologie e pratiche ostetriche egemoniche impiegate in maniera routinaria (clistere e rasatura del pube, rottura precoce delle membrane e induzione del parto, monitoraggio fetale continuo, posizione litotomica, episiotomia, taglio cesareo), sosteneva la necessità di ridurre la medicalizzazione del parto, e focalizzava finalmente l’attenzione sui diritti delle madri, tra i quali sottolineava il diritto all’informazione e alla scelta, e quello di ricevere adeguato supporto emotivo da parte del personale sanitario.

Le raccomandazioni del 1985 sono state progressivamente riprese dalle attiviste e proposte nel discorso pubblico come un modello autorevole di assistenza alla nascita, in contrapposizione alla situazione italiana caratterizzata, oggi come allora, da una medicalizzazione crescente, verificabile dai Certificati di Assistenza al Parto (CeDAP), registrata dai dati ISTAT, e comprovata dall’Istituto Superiore di Sanità. Il processo di medicalizzazione si traduce, in questo ambito specifico, in un impiego sempre più massiccio delle tecnologie ostetriche e di pratiche chirurgiche lungo tutto l’arco del percorso nascita. Solo per citare alcuni dati, nel 2014 il tasso di tagli cesarei in Italia si attestava intorno al 35 per cento (38,5 per cento quello della regione Lazio), con forti variazioni regionali e rispetto alla tipologia di struttura ospedaliera (CeDAP 2014). Secondo i dati ISTAT relativi all’anno 2013, invece, il livello di intervento medico complessivo nel processo del parto (rottura artificiale delle membrane, episiotomia, pressioni sul ventre in fase espulsiva, monitoraggio cardiaco fetale continuo, somministrazione di ossitocina) sarebbe stato pari al 72,7 per cento. A questa modalità “interventista” e impersonale del processo del parto, il movimento di advocacy che si riunisce nell’Osservatorio sulla Violenza Ostetrica contrappone un paradigma che enfatizza la promozione del parto fisiologico, rispettato e personalizzato, l’appropriatezza delle cure, la continuità dell’assistenza e il rispetto dei desideri e delle decisioni delle partorienti.

È stata però la dichiarazione del 2014 a decretare un cambio di rotta nel percorso dell’attivismo impegnato nella promozione dei diritti nel parto: essa ha rappresentato un riconoscimento istituzionale di una situazione già palese, ma relegata all’attenzione delle associazioni dedicate a queste tematiche. Ha inoltre confermato definitivamente l’importanza del lavoro iniziato da questi gruppi di donne e la necessità di portarlo avanti con azioni sempre più incisive e pubbliche. Il primo impegno cruciale in Italia è stato la promozione della proposta di legge Norme per la tutela dei diritti della partoriente e per la protezione del parto fisiologico [1], presentata alla Camera nel marzo del 2016. Essa propone un modello di assistenza teso a garantire la salute materno-infantile attraverso il rispetto dei diritti fondamentali e dell’integrità psico-fisica delle donne. Questa proposta di legge è particolarmente interessante, in quanto introduce nel panorama italiano il nuovo strumento analitico che i movimenti hanno oggi assunto dal dibattito internazionale: la categoria di violenza ostetrica. Questo concetto, scomodo e perturbante già a partire dalla sua formulazione, è stato in grado di aprire un nuovo dibattito sull’assistenza alla nascita e di scuotere il discorso pubblico dalla stagnazione di una generica “difesa dei diritti,” per riportare l’attenzione sulla denuncia di abusi e situazioni di sofferenza. Il timore circa una possibile non immediata comprensione o adesione a questa nuova terminologia è stato cancellato dal successo della campagna #bastatacere, promossa sui social media tra il 4 e il 19 aprile 2016. Questa iniziativa ha avuto infatti un grande seguito: in due settimane ha raccolto centinaia di testimonianze che denunciavano abusi, umiliazioni e pratiche mediche imposte senza informazione o senza consenso. Il merito di #bastatacere non è stato solo quello, più evidente, di aver portato alla luce un fenomeno misconosciuto ma dalle proporzioni notevoli, ma anche quello di aver creato uno spazio di dialogo, fisico e simbolico, in cui le sofferenze taciute hanno potuto finalmente essere nominate, condivise e legittimamente riconosciute.

Durante il mio periodo di ricerca ho condotto interviste, focus groups e preso parte ad attività organizzate da alcune delle associazioni che appoggiano (e di fatto rendono possibile) il progetto portato avanti dall’Osservatorio sulla Violenza Ostetrica. Ho potuto così ascoltare le storie di parto di madri e attiviste che partecipano a vario titolo alle iniziative di queste associazioni. Le testimonianze che ho raccolto hanno confermato e approfondito la varietà di esperienze emersa durante la campagna #bastatacere: i vissuti di queste donne, condivisi attraverso la rielaborazione a posteriori della propria storia di maternità, esigono di ampliare e rendere più complesso il panorama descritto dalla definizione “classica” di violenza ostetrica.

12809705_264412523893923_500122196965867031_nNei racconti di parto che ho raccolto il primo elemento che emerge è una sostanziale rottura delle aspettative che le donne avevano costruito attorno al momento del parto: un vero e proprio “immaginario cinematografico”, che si può infrangere nel divario tra la teoria appresa nei corsi di accompagnamento alla nascita e la pratica, cioè l’impiego di prassi ostetriche consolidate e messe in atto in maniera routinaria, con scarsa attenzione alla specificità e alle preferenze di ognuna. All’interno delle strutture ospedaliere le donne si sono spesso percepite come ridotte a corpi-oggetto, contenitori de-personificati e de-sessualizzati, macchine irreggimentate in un sistema di cure disciplinato e regolamentato.

Le maggiori criticità riscontrate durante le esperienze di parto possono essere riassumibili in cinque punti:

– L’assenza di informazioni adeguate rispetto alle procedure cui le partorienti vengono sottoposte, che sono imposte senza lasciare possibilità di scelta, senza dichiarazione, attraverso la menzogna, o prima di aver chiesto il consenso informato e, in ogni caso, senza presentare alternative. Questo atteggiamento mette le donne nella condizione di non sapere quello che sta accadendo attorno e a loro, rendendole vulnerabili e impossibilitate a partecipare attivamente al processo del parto.

– L’assunzione del sapere/potere medico e la svalutazione del sapere incorporato. Le partorienti stesse assumono l’idea di non possedere le competenze medico-scientifiche adeguate a “intromettersi” nelle procedure ostetriche, affidandosi al sapere “che conta” nell’istituzione biomedica, quello del personale sanitario. Si pongono così scientemente in secondo piano altre forme di sapere delegittimate, quali l’intima conoscenza del proprio corpo, o la relazione già articolata e profonda stabilita con il proprio bambino o bambina durante il periodo di gestazione.

– Il rapporto con il personale sanitario ospedaliero, che appare “alienato” (Davis-Floyd 2001), descritto per lo più come sbrigativo nei modi, carente di empatia e impersonale nella comunicazione.

– L’abuso di medicalizzazione, un tema che ritorna con estrema frequenza nei racconti delle madri. Esso è descritto come l’impiego di tecnologie ostetriche e di farmaci non tanto giustificato da un effettivo bisogno, o comunque senza attendere il corso fisiologico del parto, quanto per un interventismo ideologico proprio dell’assistenza biomedica alla nascita. Queste pratiche appaiono alle donne non necessarie quando non dannose, a causa dei loro effetti iatrogeni e delle conseguenze che provocano non solo nell’immediato, sullo svolgimento del parto, ma anche nella qualità di vita delle future madri sul lungo periodo. Le ripercussioni della medicalizzazione eccessiva si manifestano non solo a livello fisico, ma anche a livello psicologico: veicolano un’idea di “incapacità” di partorire, facendo perdere progressivamente alle donne la fiducia nel proprio corpo e nelle proprie possibilità e generando un profondo e duraturo senso di colpa in caso di complicazioni.

– Mancanza di assistenza durante l’allattamento e il puerperio. Le madri descrivono questo momento cruciale del percorso nascita come un’esperienza di abbandono e di isolamento, denunciando l’indifferenza, la negligenza e l’atteggiamento giudicante degli operatori sanitari. Queste condotte, sottintendono e riproducono una visione dell’allattamento come fenomeno “naturale”, competenza innata, e ne tacciono le caratteristiche di vera e propria “tecnica del corpo,” che deve essere appresa attraverso pratica ed esperienza. Questa mancanza di guida e appoggio avrebbe infatti causato in vari casi un mancato o difficile avvio dell’allattamento e generato, ancora una volta, un senso di inadeguatezza per non essere in grado di dare alla persona che nasce ciò di cui ha bisogno: “non ho latte, dunque non sono una buona madre”.

Le problematiche riscontrate non si sono limitate però al sistema biomedico di assistenza alla nascita. Le donne intervistate, infatti, hanno messo in relazione la propria storia di parto con il contesto sociale nel quale si inseriscono: il racconto della propria esperienza è diventato dunque l’occasione per riflettere sulla maternità e sulle sue rappresentazioni sociali. L’ambiguità più evidente è espressa dalle relazioni familiari: se da un lato queste reti sociali si rivelano indispensabili soprattutto nelle prime fasi del puerperio, dall’altro sono spesso portatrici di concezioni della vita e della nascita differenti, che sfociano in pressioni e consigli non richiesti. Anche l’approccio con la realtà sociale risulta spesso difficile e (ri)colpevolizzante: le donne si scontrano con un’idea di madre felice, appagata, competente, con il quale non riescono a competere. L’insoddisfazione, la delusione, le difficoltà, che le donne coinvolte in episodi di violenza ostetrica si trovano ad affrontare nel periodo immediatamente successivo al parto, sono invisibilizzate o ridimensionate, necessariamente oscurate dal fatto che “è andato tutto bene” (nel senso che il bambino o la bambina è sano/a) e taciute per il timore di incorrere nello stigma sociale di “non essere una buona madre”.

L’analisi delle criticità riportate dalle mie interlocutrici conferma come la violenza ostetrica si manifesti in un continuum, in grado di riprodursi in forme sempre più pervasive e legittimabili, e di strutturarsi fino a diventare un automatismo (di pratiche o rappresentazioni) nelle istituzioni e nei contesti sociali.

Ritengo sia importante, dunque, considerare la violenza ostetrica come una violenza strutturale, ossia una violenza non episodica, o generata dall’imperizia del singolo, ma insita nella conformazione e nel funzionamento delle nostre istituzioni, e come una violenza di genere, perpetrata per confermare, mantenere e riprodurre determinati modelli di genere funzionali alla conservazione dell’ordine sociale egemone (Carnino 2011). Questo approccio al problema mi sembra fondamentale non solo per confutare l’idea che la violenza ostetrica sia un problema tecnico medico, più o meno risolvibile con la riduzione dei tagli cesarei, ma per riconoscerne le conseguenze generali: la svalutazione del sapere incorporato e la definizione di un determinato tipo di corpo femminile (associato a inadeguatezza, passività, disordine, debolezza), tali da legittimare il “necessario” intervento biomedico durante il percorso nascita e nel corso dell’intera vita riproduttiva femminile. Tale lettura del concetto di violenza ostetrica permette, inoltre, di avviare una critica al modello medico egemonico di assistenza alla nascita, a partire dalle basi epistemologiche sulle quali si fonda[2], e di riconoscere il carattere socialmente strutturato delle sofferenze generate al suo interno per, finalmente, decolpevolizzare le madri per ciò che provano e per ciò che può accadere durante percorso nascita.

Per concludere, vorrei ribadire l’importanza delle associazioni di donne e madri, quali spazi di resistenza nei quali trovare ascolto e supporto, ma anche informazioni puntuali e aggiornate. All’interno di questi gruppi ogni donna può apportare un contributo di conoscenze apprese durante la propria esperienza, senza esporsi all’implicito giudizio sociale ma, al contrario, sentendosi accolta da proprie pari. Queste reti, inoltre, si configurano come laboratori nei quali iniziare a cambiare la “cultura del parto” dal basso: pensare cioè, e promuovere, un modello di nascita alternativo a quello biomedico, nel quale il sapere che conta è quello incorporato, esperito dalle singole madri e condiviso con le altre donne.

 

Note:

[1] Pdl 11 marzo 2016, n. 3670, in materia di “Norme per la tutela dei diritti della partoriente e del neonato e della promozione del parto fisiologico”, [in rete] http://www.camera.it/_dati/leg17/lavori/stampati/pdf/17PDL0039650.pdf

[2] Per un’analisi approfondita di questo paradigma si vedano le opere dell’antropologa Robbie Davis-Floyd, che l’ha definito “modello tecnocratico” (Davis Floyd 1993; 1994; 2001).

 

Bibliografia e risorse in rete:

Carnino, G., 2011. “Violenza contro le donne e violenza di genere: ripensamenti di teoria femminista tra sovversione e uguaglianza”, in Balsamo, F., a cura di, World Wide Women. Globalizzazione, Generi, Linguaggi vol. II, CIRSDe, Università degli Studi di Torino, pp. 55-66

Davis-Floyd, R.E., 2001. “The technocratic, humanistic, and holistic paradigms of childbirth”, International Journal of Gynecology & Obstetrics, 75, pp. 5-23

Istituto Nazionale di Statistica, 2014. Gravidanza, parto e allattamento al seno. Anno 2013, Roma, ISTAT [in rete] https://www.istat.it/it/files/2014/12/gravidanza.pdf?title=Gravidanza%2C+parto+e+allat tamento+al+seno+-+09%2Fdic%2F2014+-+Testo+integrale.pdf

Ministero della Salute, 2014. Certificato di Assistenza al Parto (CeDAP). Analisi dell’evento nascita [in rete] http://www.salastampa.salute.gov.it/imgs/C_17_pubblicazioni_2585_allegato.pdf

Skoko, E., Battisti, A., a cura di, 2016. #Bastatacere Report. Campagna mediatica sulla violenza ostetrica, 4-19 aprile 2016 [in rete] https://www.academia.edu/26325603/_bastatacere_REPORT

World Health Organization, 1985. “Appropriate technology for birth”, Lancet, 326(8452):436–437, [in rete] http://dx.doi.org/10.1016/S0140-6736(85)92750-3

World Health Organization, 2014. The prevention and elimination of disrespect and abuse during facility-based childbirth, [in rete] http://apps.who.int/iris/bitstream/10665/134588/1/WHO_RHR_14.23_eng.pdf?ua=1

 

Che tempo fa nell’assistenza alla maternità in Italia?

Findings from the Italian Babies Born Better Survey
Elena Skoko, Claudia Ravaldi, Alfredo Vannacci, Antonella Nespoli, Naseerah Akooji, Marie-clare Balaam, Alessandra Battisti, Michela Cericco, Laura Iannuzzi, Sandra Morano, Soo Downe
Minerva Ginecologica 2018 December;70(6):663-75, Doi: 10.23736/S0026-4784.18.04296-X

Risultati del questionario italiano Babies Born Better 2014-15

Nuovo studio sulle esperienze delle donne nell’assistenza alla maternità in Italia è stato appena pubblicato sulla rivista di settore Minerva Ginecologica.

“Findings from the Italian Babies Born Better (B3) survey”, recente studio (pubblicato in lingua inglese) prende in esame le esperienze delle donne che hanno partorito in Italia negli ultimi anni. Babies Born Better è uno questionario internazionale in 22 lingue (www.babiesbornbetter.org) dedicato alla raccolta dei dati qualitativi sull’esperienza delle donne nell’assistenza al parto, con l’enfasi sugli aspetti positivi e sui cambiamenti che le donne auspicano.

“Le madri danno un alto valore all’assistenza alla maternità rispettosa, competente e amorevole che suscita in loro un forte senso di auto-realizzazione e di fiducia in se stesse, specialmente se supportate da un ambiente che facilita tale approccio.”

Figure 1_italian Geomapping of Italy by region and “weather” 300_10_color-01

Abstract

PREMESSA: Le più recenti raccomandazioni dell’OMS “Intrapartum care for a positive childbirth experience (Assistenza al parto per un’esperienza positiva della nascita) sottolineano la necessità di identificare interventi ed esiti desiderati che vedano la donna come protagonista del suo parto, e di includere le esperienze delle utenti e l’analisi qualitativa nella valutazione dell’assistenza alla maternità. Babies Born Better (B3) è un sondaggio trans-europeo progettato per raccogliere i punti di vista e le esperienze delle utenti nell’assistenza al parto, al quale hanno contribuito le utenti italiane.

METODI: B3 è un sondaggio on-line anonimo, basato su metodi quantitativi e qualitativi, tradotto in 22 lingue. Abbiamo separato le risposte relative all’Italia e le abbiamo analizzate usando il software MAXQDA per l’analisi qualitativa e SPSS e Stata per l’analisi quantitativa. La descrizione semplice è stata usata per i dati numerici e l’analisi dei contenuti per riposte discorsive. Si è proceduto alla mappatura geografica (inclusa l’analogia del “meteo”) usando i dati qualitativi codificati e i post-codici (usando Tableau Public).

RISULTATI: 1.000 persone hanno riposto da tutte le Regioni italiane, con esperienze di parto in varie ambientazioni (ospedale, centri nascita, domicilio), assistite da ostetriche e ginecologi-ostetrici. La maggior parte ha individuato esperienze positive, insieme alle pratiche per le quali auspicherebbero dei cambiamenti. Entrambi i commenti positivi e quelli critici riguardavano l’assistenza caratterizzata dalla tipologia di professionisti, procedure cliniche, ambiente e supporto all’allattamento. Vi erano differenze significative tra le Regioni nei dati geo-localizzati.

CONCLUSIONI: Le madri danno un alto valore all’assistenza rispettosa, competente e amorevole che suscita in loro un forte senso di auto-realizzazione e di fiducia in se stesse, specialmente se supportata da un ambiente che facilita tale approccio. Sono emerse notevoli variazioni regionali nelle percentuali di commenti positivi.

Sommario

Benché l’indagine non possa essere considerata rappresentativa della popolazione interessata al livello nazionale, essendo basata su adesione volontaria, tuttavia offre strumenti di valutazione utili in un contesto, come quello italiano, in cui la ricerca qualitativa nell’ambito della maternità e nascita scarseggia. Lo studio ha beneficiato di un contributo delle madri e associazioni italiane per l’acquisto del software necessario per l’analisi dei dati qualitativi; gli autori hanno contribuito a titolo gratuito.

Le risposte valutate come positive (66%) presentano delle sfumature in cui il 23% di donne è completamente soddisfatto dell’assistenza ricevuta, mentre le altre auspicherebbero qualche cambiamento e soprattutto una migliore assistenza nel post-parto e nell’allattamento. Vi è una percentuale considerevole (17,60%) di risposte per le quali non è chiaro il grado di soddisfazione o insoddisfazione, caratterizzate soprattutto dalla presenza o l’assenza di quello che le rispondenti definiscono con i termini di umanità, professionalità, gentilezza, rispetto, libertà, qualità apprezzate in tutte le categorie di risposte. Desta preoccupazione il 16,40% di risposte in cui emerge un vissuto traumatico dovuto, secondo le rispondenti, alla mancanza di appropriatezza, di umanità e a carenze di igiene.

Nel complesso le donne hanno espresso il bisogno di un’assistenza alla nascita caratterizzata da un approccio “materno”, che tenga conto della loro dignità, autonomia e integrità psico-fisica.

Le utenti italiane, secondo questo studio, danno molta importanza all’allattamento e alle cure post-parto e lamentano una carenza strutturale e professionale in questa direzione.

L’assistenza da parte delle ostetriche è vista come la più influente nelle valutazioni. Le loro cure sono state oggetto della maggior parte di osservazioni, indicando l’importanza di un’assistenza personalizzata, gentile e continuativa. Le donne lamentano il numero esiguo di questa tipologia di professionisti sanitari, fattore che, secondo loro, crea notevole disservizio e aumenta il rischio di complicanze.

L’ambiente, caratterizzato dalla privacy, dal “calore” e dall’ospitalità, è ritenuto altrettanto importante per un’esperienza positiva e soddisfacente della nascita.

In conclusione, basandosi sui dati provenienti da questo studio e sul contesto nazionale dell’assistenza alla nascita, gli autori raccomandano:

  1. Un approccio partecipativo all’assistenza alla maternità e nascita che coinvolga direttamente le utenti, gruppi e associazioni di donne, come indicato nelle raccomandazioni dell’OMS del 2018 (WHO recommendations. Intrapartum care for a positive childbirth experience) e maggiore comunicazione tra operatori, amministratori, decisori politici e utenti al livello nazionale, regionale e territoriale;
  2. Implementazione delle più recenti linee guida dell’OMS e delle iniziative internazionali sul parto e allattamento all’interno del percorso nascita nazionale, inclusa l’introduzione dell’approccio basato sulla “respectful maternity care” (assistenza rispettosa alla maternità);
  3. Potenziamento dell’assistenza alla nascita con l’ostetrica; formazione di ostetriche sul modello della midwifery, centrato sulla fisiologia invece che esclusivamente sulla patologia (modello ginecologico-ostetrico); potenziamento della continuità assistenziale (one-to-one), inclusi i consultori; assunzione del numero di ostetriche adeguato; creazione di centri nascita a conduzione ostetrica; rimborso del parto in casa da parte del sistema sanitario nazionale;
  4. Potenziamento e finanziamento dei sistemi di verifica degli esiti dell’assistenza al parto e dei modelli operativi che includano gli aspetti quantitativi e qualitativi, nell’ottica dell’accountability e della trasparenza, implementando la pubblicazione dei dati al livello nazionale, regionale e delle singole strutture;
  5. Implementazione e finanziamento dei meccanismi di accoglienza di lamentele e di mediazione nelle dispute nel percorso nascita al livello nazionale;
  6. Rinnovamento delle strutture esistenti basandosi sui principi di igiene, privacy e ospitalità.

Intervista di E. Skoko su Radio Cusano Campus: https://www.tag24.it/wp-content/uploads/2018/12/skoko.mp3