Violenza ostetrica, pratiche di advocacy e spazi di maternità: una sintesi

* Anael Piana. Riassunto tesi di laurea: “Violenza ostetrica, pratiche di advocacy e spazi di maternità”, Università degli Studi di Milano-Bicocca, corso di laurea magistrale in Scienze Antropologiche ed Etnologiche, Coordinatrice/Relatrice: Claudia Mattalucci, Anno accademico 2016-2017

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In questo articolo vorrei presentare i risultati di una ricerca sul campo svolta a Roma, in collaborazione con l’Osservatorio sulla Violenza Ostetrica in Italia, tra marzo e maggio 2017, per la realizzazione della mia tesi di laurea magistrale in Scienze Antropologiche ed Etnologiche presso l’Università degli Studi di Milano-Bicocca. Mi sono proposta di esaminare il fenomeno effettivo e la categoria analitica di violenza ostetrica attraverso la viva voce e le esperienze delle donne e delle madri attiviste, nell’ambito del movimento di advocacy per il parto che ha promosso la campagna #bastatacere ed è culminato nella fondazione dell’Osservatorio sulla Violenza Ostetrica in Italia.

Con il termine violenza ostetrica si indica una tipologia di violenza di genere esercitata, consapevolmente o meno, dal personale sanitario su madri e partorienti nei servizi di assistenza alla nascita. Essa si esprime in condotte irrispettose e trattamenti disumanizzanti, eccesso di medicalizzazione e patologizzazione dei processi riproduttivi, e si traduce nell’appropriazione dei corpi delle donne e nella limitazione della loro autonomia e capacità decisionale. Questa definizione è comparsa per la prima volta nel decennio scorso in America Latina, dove è stata ratificata dagli ordinamenti giuridici di Venezuela (2007), Argentina (2009) e Messico (2007-2014).

Sebbene l’Organizzazione Mondiale della Sanità abbia pienamente riconosciuto l’esistenza di abusi e trattamenti irrispettosi nei servizi di assistenza alla nascita solamente nel 2014 con la dichiarazione The prevention and elimination of disrespect and abuse during facility-based childbirth (WHO 2014), la denuncia di un’assistenza non all’altezza dei bisogni delle donne e il conseguente impegno per riformularla durano da decenni. La stessa OMS aveva pubblicato nel 1985, sull’onda di un dibattito sulla salute sessuale e riproduttiva femminile che durava dagli anni Sessanta, coinvolgendo tanto le organizzazioni internazionali quanto i movimenti “dal basso” (associazioni di madri e ostetriche), il documento Appropriate Technology for Birth (WHO 1985), una serie di raccomandazioni innovative che criticavano l’assistenza biomedica alla nascita a partire dai suoi modelli interpretativi. Questo documento, infatti, metteva in dubbio la scientificità delle tecnologie e pratiche ostetriche egemoniche impiegate in maniera routinaria (clistere e rasatura del pube, rottura precoce delle membrane e induzione del parto, monitoraggio fetale continuo, posizione litotomica, episiotomia, taglio cesareo), sosteneva la necessità di ridurre la medicalizzazione del parto, e focalizzava finalmente l’attenzione sui diritti delle madri, tra i quali sottolineava il diritto all’informazione e alla scelta, e quello di ricevere adeguato supporto emotivo da parte del personale sanitario.

Le raccomandazioni del 1985 sono state progressivamente riprese dalle attiviste e proposte nel discorso pubblico come un modello autorevole di assistenza alla nascita, in contrapposizione alla situazione italiana caratterizzata, oggi come allora, da una medicalizzazione crescente, verificabile dai Certificati di Assistenza al Parto (CeDAP), registrata dai dati ISTAT, e comprovata dall’Istituto Superiore di Sanità. Il processo di medicalizzazione si traduce, in questo ambito specifico, in un impiego sempre più massiccio delle tecnologie ostetriche e di pratiche chirurgiche lungo tutto l’arco del percorso nascita. Solo per citare alcuni dati, nel 2014 il tasso di tagli cesarei in Italia si attestava intorno al 35 per cento (38,5 per cento quello della regione Lazio), con forti variazioni regionali e rispetto alla tipologia di struttura ospedaliera (CeDAP 2014). Secondo i dati ISTAT relativi all’anno 2013, invece, il livello di intervento medico complessivo nel processo del parto (rottura artificiale delle membrane, episiotomia, pressioni sul ventre in fase espulsiva, monitoraggio cardiaco fetale continuo, somministrazione di ossitocina) sarebbe stato pari al 72,7 per cento. A questa modalità “interventista” e impersonale del processo del parto, il movimento di advocacy che si riunisce nell’Osservatorio sulla Violenza Ostetrica contrappone un paradigma che enfatizza la promozione del parto fisiologico, rispettato e personalizzato, l’appropriatezza delle cure, la continuità dell’assistenza e il rispetto dei desideri e delle decisioni delle partorienti.

È stata però la dichiarazione del 2014 a decretare un cambio di rotta nel percorso dell’attivismo impegnato nella promozione dei diritti nel parto: essa ha rappresentato un riconoscimento istituzionale di una situazione già palese, ma relegata all’attenzione delle associazioni dedicate a queste tematiche. Ha inoltre confermato definitivamente l’importanza del lavoro iniziato da questi gruppi di donne e la necessità di portarlo avanti con azioni sempre più incisive e pubbliche. Il primo impegno cruciale in Italia è stato la promozione della proposta di legge Norme per la tutela dei diritti della partoriente e per la protezione del parto fisiologico [1], presentata alla Camera nel marzo del 2016. Essa propone un modello di assistenza teso a garantire la salute materno-infantile attraverso il rispetto dei diritti fondamentali e dell’integrità psico-fisica delle donne. Questa proposta di legge è particolarmente interessante, in quanto introduce nel panorama italiano il nuovo strumento analitico che i movimenti hanno oggi assunto dal dibattito internazionale: la categoria di violenza ostetrica. Questo concetto, scomodo e perturbante già a partire dalla sua formulazione, è stato in grado di aprire un nuovo dibattito sull’assistenza alla nascita e di scuotere il discorso pubblico dalla stagnazione di una generica “difesa dei diritti,” per riportare l’attenzione sulla denuncia di abusi e situazioni di sofferenza. Il timore circa una possibile non immediata comprensione o adesione a questa nuova terminologia è stato cancellato dal successo della campagna #bastatacere, promossa sui social media tra il 4 e il 19 aprile 2016. Questa iniziativa ha avuto infatti un grande seguito: in due settimane ha raccolto centinaia di testimonianze che denunciavano abusi, umiliazioni e pratiche mediche imposte senza informazione o senza consenso. Il merito di #bastatacere non è stato solo quello, più evidente, di aver portato alla luce un fenomeno misconosciuto ma dalle proporzioni notevoli, ma anche quello di aver creato uno spazio di dialogo, fisico e simbolico, in cui le sofferenze taciute hanno potuto finalmente essere nominate, condivise e legittimamente riconosciute.

Durante il mio periodo di ricerca ho condotto interviste, focus groups e preso parte ad attività organizzate da alcune delle associazioni che appoggiano (e di fatto rendono possibile) il progetto portato avanti dall’Osservatorio sulla Violenza Ostetrica. Ho potuto così ascoltare le storie di parto di madri e attiviste che partecipano a vario titolo alle iniziative di queste associazioni. Le testimonianze che ho raccolto hanno confermato e approfondito la varietà di esperienze emersa durante la campagna #bastatacere: i vissuti di queste donne, condivisi attraverso la rielaborazione a posteriori della propria storia di maternità, esigono di ampliare e rendere più complesso il panorama descritto dalla definizione “classica” di violenza ostetrica.

12809705_264412523893923_500122196965867031_nNei racconti di parto che ho raccolto il primo elemento che emerge è una sostanziale rottura delle aspettative che le donne avevano costruito attorno al momento del parto: un vero e proprio “immaginario cinematografico”, che si può infrangere nel divario tra la teoria appresa nei corsi di accompagnamento alla nascita e la pratica, cioè l’impiego di prassi ostetriche consolidate e messe in atto in maniera routinaria, con scarsa attenzione alla specificità e alle preferenze di ognuna. All’interno delle strutture ospedaliere le donne si sono spesso percepite come ridotte a corpi-oggetto, contenitori de-personificati e de-sessualizzati, macchine irreggimentate in un sistema di cure disciplinato e regolamentato.

Le maggiori criticità riscontrate durante le esperienze di parto possono essere riassumibili in cinque punti:

– L’assenza di informazioni adeguate rispetto alle procedure cui le partorienti vengono sottoposte, che sono imposte senza lasciare possibilità di scelta, senza dichiarazione, attraverso la menzogna, o prima di aver chiesto il consenso informato e, in ogni caso, senza presentare alternative. Questo atteggiamento mette le donne nella condizione di non sapere quello che sta accadendo attorno e a loro, rendendole vulnerabili e impossibilitate a partecipare attivamente al processo del parto.

– L’assunzione del sapere/potere medico e la svalutazione del sapere incorporato. Le partorienti stesse assumono l’idea di non possedere le competenze medico-scientifiche adeguate a “intromettersi” nelle procedure ostetriche, affidandosi al sapere “che conta” nell’istituzione biomedica, quello del personale sanitario. Si pongono così scientemente in secondo piano altre forme di sapere delegittimate, quali l’intima conoscenza del proprio corpo, o la relazione già articolata e profonda stabilita con il proprio bambino o bambina durante il periodo di gestazione.

– Il rapporto con il personale sanitario ospedaliero, che appare “alienato” (Davis-Floyd 2001), descritto per lo più come sbrigativo nei modi, carente di empatia e impersonale nella comunicazione.

– L’abuso di medicalizzazione, un tema che ritorna con estrema frequenza nei racconti delle madri. Esso è descritto come l’impiego di tecnologie ostetriche e di farmaci non tanto giustificato da un effettivo bisogno, o comunque senza attendere il corso fisiologico del parto, quanto per un interventismo ideologico proprio dell’assistenza biomedica alla nascita. Queste pratiche appaiono alle donne non necessarie quando non dannose, a causa dei loro effetti iatrogeni e delle conseguenze che provocano non solo nell’immediato, sullo svolgimento del parto, ma anche nella qualità di vita delle future madri sul lungo periodo. Le ripercussioni della medicalizzazione eccessiva si manifestano non solo a livello fisico, ma anche a livello psicologico: veicolano un’idea di “incapacità” di partorire, facendo perdere progressivamente alle donne la fiducia nel proprio corpo e nelle proprie possibilità e generando un profondo e duraturo senso di colpa in caso di complicazioni.

– Mancanza di assistenza durante l’allattamento e il puerperio. Le madri descrivono questo momento cruciale del percorso nascita come un’esperienza di abbandono e di isolamento, denunciando l’indifferenza, la negligenza e l’atteggiamento giudicante degli operatori sanitari. Queste condotte, sottintendono e riproducono una visione dell’allattamento come fenomeno “naturale”, competenza innata, e ne tacciono le caratteristiche di vera e propria “tecnica del corpo,” che deve essere appresa attraverso pratica ed esperienza. Questa mancanza di guida e appoggio avrebbe infatti causato in vari casi un mancato o difficile avvio dell’allattamento e generato, ancora una volta, un senso di inadeguatezza per non essere in grado di dare alla persona che nasce ciò di cui ha bisogno: “non ho latte, dunque non sono una buona madre”.

Le problematiche riscontrate non si sono limitate però al sistema biomedico di assistenza alla nascita. Le donne intervistate, infatti, hanno messo in relazione la propria storia di parto con il contesto sociale nel quale si inseriscono: il racconto della propria esperienza è diventato dunque l’occasione per riflettere sulla maternità e sulle sue rappresentazioni sociali. L’ambiguità più evidente è espressa dalle relazioni familiari: se da un lato queste reti sociali si rivelano indispensabili soprattutto nelle prime fasi del puerperio, dall’altro sono spesso portatrici di concezioni della vita e della nascita differenti, che sfociano in pressioni e consigli non richiesti. Anche l’approccio con la realtà sociale risulta spesso difficile e (ri)colpevolizzante: le donne si scontrano con un’idea di madre felice, appagata, competente, con il quale non riescono a competere. L’insoddisfazione, la delusione, le difficoltà, che le donne coinvolte in episodi di violenza ostetrica si trovano ad affrontare nel periodo immediatamente successivo al parto, sono invisibilizzate o ridimensionate, necessariamente oscurate dal fatto che “è andato tutto bene” (nel senso che il bambino o la bambina è sano/a) e taciute per il timore di incorrere nello stigma sociale di “non essere una buona madre”.

L’analisi delle criticità riportate dalle mie interlocutrici conferma come la violenza ostetrica si manifesti in un continuum, in grado di riprodursi in forme sempre più pervasive e legittimabili, e di strutturarsi fino a diventare un automatismo (di pratiche o rappresentazioni) nelle istituzioni e nei contesti sociali.

Ritengo sia importante, dunque, considerare la violenza ostetrica come una violenza strutturale, ossia una violenza non episodica, o generata dall’imperizia del singolo, ma insita nella conformazione e nel funzionamento delle nostre istituzioni, e come una violenza di genere, perpetrata per confermare, mantenere e riprodurre determinati modelli di genere funzionali alla conservazione dell’ordine sociale egemone (Carnino 2011). Questo approccio al problema mi sembra fondamentale non solo per confutare l’idea che la violenza ostetrica sia un problema tecnico medico, più o meno risolvibile con la riduzione dei tagli cesarei, ma per riconoscerne le conseguenze generali: la svalutazione del sapere incorporato e la definizione di un determinato tipo di corpo femminile (associato a inadeguatezza, passività, disordine, debolezza), tali da legittimare il “necessario” intervento biomedico durante il percorso nascita e nel corso dell’intera vita riproduttiva femminile. Tale lettura del concetto di violenza ostetrica permette, inoltre, di avviare una critica al modello medico egemonico di assistenza alla nascita, a partire dalle basi epistemologiche sulle quali si fonda[2], e di riconoscere il carattere socialmente strutturato delle sofferenze generate al suo interno per, finalmente, decolpevolizzare le madri per ciò che provano e per ciò che può accadere durante percorso nascita.

Per concludere, vorrei ribadire l’importanza delle associazioni di donne e madri, quali spazi di resistenza nei quali trovare ascolto e supporto, ma anche informazioni puntuali e aggiornate. All’interno di questi gruppi ogni donna può apportare un contributo di conoscenze apprese durante la propria esperienza, senza esporsi all’implicito giudizio sociale ma, al contrario, sentendosi accolta da proprie pari. Queste reti, inoltre, si configurano come laboratori nei quali iniziare a cambiare la “cultura del parto” dal basso: pensare cioè, e promuovere, un modello di nascita alternativo a quello biomedico, nel quale il sapere che conta è quello incorporato, esperito dalle singole madri e condiviso con le altre donne.

 

Note:

[1] Pdl 11 marzo 2016, n. 3670, in materia di “Norme per la tutela dei diritti della partoriente e del neonato e della promozione del parto fisiologico”, [in rete] http://www.camera.it/_dati/leg17/lavori/stampati/pdf/17PDL0039650.pdf

[2] Per un’analisi approfondita di questo paradigma si vedano le opere dell’antropologa Robbie Davis-Floyd, che l’ha definito “modello tecnocratico” (Davis Floyd 1993; 1994; 2001).

 

Bibliografia e risorse in rete:

Carnino, G., 2011. “Violenza contro le donne e violenza di genere: ripensamenti di teoria femminista tra sovversione e uguaglianza”, in Balsamo, F., a cura di, World Wide Women. Globalizzazione, Generi, Linguaggi vol. II, CIRSDe, Università degli Studi di Torino, pp. 55-66

Davis-Floyd, R.E., 2001. “The technocratic, humanistic, and holistic paradigms of childbirth”, International Journal of Gynecology & Obstetrics, 75, pp. 5-23

Istituto Nazionale di Statistica, 2014. Gravidanza, parto e allattamento al seno. Anno 2013, Roma, ISTAT [in rete] https://www.istat.it/it/files/2014/12/gravidanza.pdf?title=Gravidanza%2C+parto+e+allat tamento+al+seno+-+09%2Fdic%2F2014+-+Testo+integrale.pdf

Ministero della Salute, 2014. Certificato di Assistenza al Parto (CeDAP). Analisi dell’evento nascita [in rete] http://www.salastampa.salute.gov.it/imgs/C_17_pubblicazioni_2585_allegato.pdf

Skoko, E., Battisti, A., a cura di, 2016. #Bastatacere Report. Campagna mediatica sulla violenza ostetrica, 4-19 aprile 2016 [in rete] https://www.academia.edu/26325603/_bastatacere_REPORT

World Health Organization, 1985. “Appropriate technology for birth”, Lancet, 326(8452):436–437, [in rete] http://dx.doi.org/10.1016/S0140-6736(85)92750-3

World Health Organization, 2014. The prevention and elimination of disrespect and abuse during facility-based childbirth, [in rete] http://apps.who.int/iris/bitstream/10665/134588/1/WHO_RHR_14.23_eng.pdf?ua=1

 

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Che tempo fa nell’assistenza alla maternità in Italia?

Findings from the Italian Babies Born Better Survey
Elena Skoko, Claudia Ravaldi, Alfredo Vannacci, Antonella Nespoli, Naseerah Akooji, Marie-clare Balaam, Alessandra Battisti, Michela Cericco, Laura Iannuzzi, Sandra Morano, Soo Downe
Minerva Ginecologica 2018 December;70(6):663-75, Doi: 10.23736/S0026-4784.18.04296-X

Risultati del questionario italiano Babies Born Better 2014-15

Nuovo studio sulle esperienze delle donne nell’assistenza alla maternità in Italia è stato appena pubblicato sulla rivista di settore Minerva Ginecologica.

“Findings from the Italian Babies Born Better (B3) survey”, recente studio (pubblicato in lingua inglese) prende in esame le esperienze delle donne che hanno partorito in Italia negli ultimi anni. Babies Born Better è uno questionario internazionale in 22 lingue (www.babiesbornbetter.org) dedicato alla raccolta dei dati qualitativi sull’esperienza delle donne nell’assistenza al parto, con l’enfasi sugli aspetti positivi e sui cambiamenti che le donne auspicano.

“Le madri danno un alto valore all’assistenza alla maternità rispettosa, competente e amorevole che suscita in loro un forte senso di auto-realizzazione e di fiducia in se stesse, specialmente se supportate da un ambiente che facilita tale approccio.”

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Abstract

PREMESSA: Le più recenti raccomandazioni dell’OMS “Intrapartum care for a positive childbirth experience (Assistenza al parto per un’esperienza positiva della nascita) sottolineano la necessità di identificare interventi ed esiti desiderati che vedano la donna come protagonista del suo parto, e di includere le esperienze delle utenti e l’analisi qualitativa nella valutazione dell’assistenza alla maternità. Babies Born Better (B3) è un sondaggio trans-europeo progettato per raccogliere i punti di vista e le esperienze delle utenti nell’assistenza al parto, al quale hanno contribuito le utenti italiane.

METODI: B3 è un sondaggio on-line anonimo, basato su metodi quantitativi e qualitativi, tradotto in 22 lingue. Abbiamo separato le risposte relative all’Italia e le abbiamo analizzate usando il software MAXQDA per l’analisi qualitativa e SPSS e Stata per l’analisi quantitativa. La descrizione semplice è stata usata per i dati numerici e l’analisi dei contenuti per riposte discorsive. Si è proceduto alla mappatura geografica (inclusa l’analogia del “meteo”) usando i dati qualitativi codificati e i post-codici (usando Tableau Public).

RISULTATI: 1.000 persone hanno riposto da tutte le Regioni italiane, con esperienze di parto in varie ambientazioni (ospedale, centri nascita, domicilio), assistite da ostetriche e ginecologi-ostetrici. La maggior parte ha individuato esperienze positive, insieme alle pratiche per le quali auspicherebbero dei cambiamenti. Entrambi i commenti positivi e quelli critici riguardavano l’assistenza caratterizzata dalla tipologia di professionisti, procedure cliniche, ambiente e supporto all’allattamento. Vi erano differenze significative tra le Regioni nei dati geo-localizzati.

CONCLUSIONI: Le madri danno un alto valore all’assistenza rispettosa, competente e amorevole che suscita in loro un forte senso di auto-realizzazione e di fiducia in se stesse, specialmente se supportata da un ambiente che facilita tale approccio. Sono emerse notevoli variazioni regionali nelle percentuali di commenti positivi.

Sommario

Benché l’indagine non possa essere considerata rappresentativa della popolazione interessata al livello nazionale, essendo basata su adesione volontaria, tuttavia offre strumenti di valutazione utili in un contesto, come quello italiano, in cui la ricerca qualitativa nell’ambito della maternità e nascita scarseggia. Lo studio ha beneficiato di un contributo delle madri e associazioni italiane per l’acquisto del software necessario per l’analisi dei dati qualitativi; gli autori hanno contribuito a titolo gratuito.

Le risposte valutate come positive (66%) presentano delle sfumature in cui il 23% di donne è completamente soddisfatto dell’assistenza ricevuta, mentre le altre auspicherebbero qualche cambiamento e soprattutto una migliore assistenza nel post-parto e nell’allattamento. Vi è una percentuale considerevole (17,60%) di risposte per le quali non è chiaro il grado di soddisfazione o insoddisfazione, caratterizzate soprattutto dalla presenza o l’assenza di quello che le rispondenti definiscono con i termini di umanità, professionalità, gentilezza, rispetto, libertà, qualità apprezzate in tutte le categorie di risposte. Desta preoccupazione il 16,40% di risposte in cui emerge un vissuto traumatico dovuto, secondo le rispondenti, alla mancanza di appropriatezza, di umanità e a carenze di igiene.

Nel complesso le donne hanno espresso il bisogno di un’assistenza alla nascita caratterizzata da un approccio “materno”, che tenga conto della loro dignità, autonomia e integrità psico-fisica.

Le utenti italiane, secondo questo studio, danno molta importanza all’allattamento e alle cure post-parto e lamentano una carenza strutturale e professionale in questa direzione.

L’assistenza da parte delle ostetriche è vista come la più influente nelle valutazioni. Le loro cure sono state oggetto della maggior parte di osservazioni, indicando l’importanza di un’assistenza personalizzata, gentile e continuativa. Le donne lamentano il numero esiguo di questa tipologia di professionisti sanitari, fattore che, secondo loro, crea notevole disservizio e aumenta il rischio di complicanze.

L’ambiente, caratterizzato dalla privacy, dal “calore” e dall’ospitalità, è ritenuto altrettanto importante per un’esperienza positiva e soddisfacente della nascita.

In conclusione, basandosi sui dati provenienti da questo studio e sul contesto nazionale dell’assistenza alla nascita, gli autori raccomandano:

  1. Un approccio partecipativo all’assistenza alla maternità e nascita che coinvolga direttamente le utenti, gruppi e associazioni di donne, come indicato nelle raccomandazioni dell’OMS del 2018 (WHO recommendations. Intrapartum care for a positive childbirth experience) e maggiore comunicazione tra operatori, amministratori, decisori politici e utenti al livello nazionale, regionale e territoriale;
  2. Implementazione delle più recenti linee guida dell’OMS e delle iniziative internazionali sul parto e allattamento all’interno del percorso nascita nazionale, inclusa l’introduzione dell’approccio basato sulla “respectful maternity care” (assistenza rispettosa alla maternità);
  3. Potenziamento dell’assistenza alla nascita con l’ostetrica; formazione di ostetriche sul modello della midwifery, centrato sulla fisiologia invece che esclusivamente sulla patologia (modello ginecologico-ostetrico); potenziamento della continuità assistenziale (one-to-one), inclusi i consultori; assunzione del numero di ostetriche adeguato; creazione di centri nascita a conduzione ostetrica; rimborso del parto in casa da parte del sistema sanitario nazionale;
  4. Potenziamento e finanziamento dei sistemi di verifica degli esiti dell’assistenza al parto e dei modelli operativi che includano gli aspetti quantitativi e qualitativi, nell’ottica dell’accountability e della trasparenza, implementando la pubblicazione dei dati al livello nazionale, regionale e delle singole strutture;
  5. Implementazione e finanziamento dei meccanismi di accoglienza di lamentele e di mediazione nelle dispute nel percorso nascita al livello nazionale;
  6. Rinnovamento delle strutture esistenti basandosi sui principi di igiene, privacy e ospitalità.

Intervista di E. Skoko su Radio Cusano Campus: https://www.tag24.it/wp-content/uploads/2018/12/skoko.mp3

25 Novembre 2018: Violenza ostetrica è violenza contro le donne

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Bruxelles, 25 Novembre 2018

DICHIARAZIONE CONGIUNTA DELLA SOCIETA’ CIVILE

Giornata internazionale per l’Eliminazione della Violenza contro le Donne:

È ora di fermare la violenza ostetrica

 

In questa giornata, vogliamo mettere in luce la necessità di promuovere un’assistenza rispettosa alla maternità [1] e il coinvolgimento delle donne e dei gruppi di donne nelle decisioni riguardanti le politiche e le pratiche del percorso nascita in linea con la dichiarazione dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS)[2], con le Raccomandazioni OMS sull’esperienza positiva della gravidanza [3] e del parto [4] e con il Rapporto del Gruppo di Lavoro delle Nazioni Unite sulla discriminazione contro le donne nella legge e nella pratica [5].

Sollecitiamo i Governi ad eliminare tutte le forme di violenza ostetrica* e ginecologica, istituzionale [6] e contro le donne, in base all’art. 12 della Convenzione [7] CEDAW (Convenzione per l’eliminazione di ogni forma di discriminazione contro le donne nella legge e nella pratica) e nel rispetto della Convenzione di Istanbul [8] che definisce la violenza contro le donne come una “violazione dei diritti umani e una forma di discriminazione contro le donne, comprendente tutti gli atti di violenza fondati sul genere che provocano o sono suscettibili di provocare danni o sofferenze di natura fisica, sessuale, psicologica o economica, comprese le minacce di compiere tali atti, la coercizione o la privazione arbitraria della libertà, sia nella vita pubblica, che nella vita privata”.

In tutto il mondo molte donne fanno esperienza di trattamenti irrispettosi, abusanti o negligenti durante la gravidanza, il parto e nel post parto, nei paesi ad alto, medio e basso reddito. Tali trattamenti includono l’abuso fisico diretto, la profonda umiliazione e l’abuso verbale, procedure mediche coercitive o non acconsentite (inclusa la sterilizzazione), la mancanza di riservatezza, la carenza di un consenso realmente informato, il rifiuto di offrire un’ adeguata terapia per il dolore, gravi violazioni della privacy, il rifiuto di ricezione nelle strutture ospedaliere, la trascuratezza nell’assistenza al parto con complicazioni altrimenti evitabili che mettono in pericolo la vita della donna, la detenzione delle donne e dei loro bambini nelle strutture dopo la nascita.

Sebbene in alcuni Paesi siano vigenti delle leggi per eliminare la violenza ostetrica, riconosciuta come una specifica forma di violenza di genere [9], in Europa il tema è stato appena affrontato, sollevando forti reazioni. Per le donne è quasi impossibile raccontare della violenza ostetrica in quanto è considerata “normale”, sotto il profilo medico e giuridico.

La dimensione del fenomeno è stata misurata in molti paesi Europei dove i gruppi della società civile e le organizzazioni di madri hanno creato consapevolezza raccogliendo migliaia di esperienze traumatiche di maltrattamenti durante il parto all’interno degli ospedali. Le voci delle madri sono state largamente ignorate dai Governi e i promotori dei diritti sono stati minacciati e umiliati.

In Grecia il livello di mancanza di rispetto delle donne nell’ambito della salute perinatale è peggiorato con l’arrivo massiccio dei rifugiati, costretti, dalla chiusura dei confini, a rimanere in un Paese sofferente da tempo per la lunga crisi finanziaria. La mancanza di consenso informato nell’assistenza al parto e le condizioni inumane di ricezione sono alla base della violazione dei diritti delle partorienti e dei neonati rifugiati [10].

Dalla prima indagine nazionale con campione rappresentativo condotta in Italia, nel settembre del 2017, e commissionata dalle associazioni di madri, è emerso che circa un milione di madri (21%) ha dichiarato di avere subito una qualche forma di violenza ostetrica durante la prima esperienza di parto e come conseguenza del trattamento ricevuto il 6% delle donne ha affermato di non volere più altri figli [11].

In Francia, l’Alto Consiglio per l’Uguaglianza ha pubblicato il primo rapporto [12] sulla violenza ostetrica nel giugno del 2018 che è stato presentato al Ministro per le Pari opportunità, Marlene Schiappa. Il rapporto delinea 26 raccomandazioni suddivise in tre aree: inquadramento dei fatti, proposta su come prevenire la violenza ostetrica attraverso la formazione dei professionisti sanitari e la definizione di procedure per denunciare e sanzionare le pratiche illegali.

Di recente in Croatia, la deputata Ivana Ninčević-Lesandrić ha denunciato in una seduta alla Camera dei Deputati il trattamento che lei stessa ha subito durante una procedura invasiva dopo un aborto in cui non ha ricevuto anestetici o antidolorifici. Altre 400 donne si sono unite alla sua denuncia confermando questa realtà.

In Ungheria un recente studio rappresentativo mostra come il 72.2% delle donne subisce di routine l’episiotomia non necessaria [13]. La procedura viene effettuata senza consenso informato delle madri nel 62.0% dei casi. La scelta della posizione libera durante il travaglio per le donne che hanno partorito vaginalmente è stata negata nel 65.7% dei casi.

In Olanda, l’organizzazione Stichting Geboortebeweging ha condotto la campagna “Break the silence’ (#Genoeggezwegen) nel 2018 ricevendo 600 racconti di violenza ostetrica che sono stati argomento molto discusso su twitter. Nonostante ciò il tema della violenza ostetrica non ha ricevuto attenzione dalle autorità sanitarie e molte richieste di tutela dei diritti umani delle donne nel parto sono state rigettate dai tribunali olandesi.

In tutti questi Paesi le donne non sono state credute, i difensori dei diritti sono stati pubblicamente attaccati e diffamati e le istituzioni non hanno posto in essere alcuna misura per affrontare il problema né hanno coinvolto i gruppi di madri e di donne nella discussione.

Il coinvolgimento delle madri è cruciale per trovare le soluzioni per questa forma di violenza sistemica, strutturale e interpersonale dove lo sbilanciamento dei poteri e l’impostazione patriarcale sta danneggiando le donne, le madri e i bambini, mettendo a rischio le loro vite e compromettendo la loro salute e il loro benessere.  

Di conseguenza invitiamo i Governi a:

  1. Sostenere la ricerca e la raccolta dati per misurare l’incidenza della violenza ostetrica e ginecologica durante la gravidanza, il parto e il post parto e indagare l’impatto sulla salute e sull’autonomia delle donne.
  2. Adottare strategie nazionali per coinvolgere le utenti del sistema sanitario nazionale nei processi decisionali, sia in relazione ai singoli, sia in sede di definizione delle politiche sanitarie.
  3. Porre in essere un sistema di responsabilità e di trasparenza delle politiche sanitarie consentendo agli utenti di adottare decisioni informate.
  4. Supportare le scelte delle donne sul luogo del parto (incluso il parto a domicilio e i centri nascita gestiti da ostetriche) come parte dell’offerta di assistenza alla maternità.
  5. Definire le procedure per consentire alle donne di riferire dell’assistenza ricevuta senza minacce o ritorsioni.
  6. Regolamentare un sistema di riparazioni e risarcimenti economici per le violazioni dei diritti subiti durante la gravidanza, il parto e il post parto;
  7. Progettare programmi di formazione sul rispetto dei diritti umani nel parto per i professionisti sanitari e per le utenti, iniziando dalle scuole e dalle università.
  8. Includere le donne e le madri nei programmi di formazione volti ad insegnare ai professionisti sanitari come trattare donne e bambini nel percorso nascita con dignità e rispetto.
  9. Sostenere la professione di ostetrica aumentandone il numero e garantendo l’assistenza personalizzata, predisponendo norme per l’accesso diretto alla professione in tutti Paesi.

 

In conclusione ci uniamo ai 16 giorni di campagna mediatica, fino al 10 dicembre 2018, Giornata Internazionale dei Diritti Umani per porre fine alla violenza ostetrica in tutto il mondo.

Per partecipare potete usare l’hashtag #obstetricviolence perché ogni donna ha il diritto al più elevato livello di salute raggiungibile, incluso il diritto ad una cura dignitosa e rispettosa durante la gravidanza e il parto, così come il diritto ad essere libera dalla violenza e dalla discriminazione.

* La violenza ostetrica è “l’appropriazione del corpo e dei processi riproduttivi della donna da parte del personale sanitario nella forma di trattamenti disuamani, medicalizzazione abusante e patologizzazione dei processi naturali che comportano la perdita di autonomia della donna e della capacità di prendere liberamente le decisioni sul proprio corpo e sulla propria sessualità, che ha un impatto negativo sulla qualità di vita della donna.” [14]

Make Mothers Matter

Make Mothers Matter difende e sostiene le madri come agenti di cambiamento per un mondo migliore. Nata nel 1947, MMM è una ONG internazionale, apolitica e non denominazionale con lo status consultivo generale presso le Nazioni Unite. www.makemothersmatter.org 

 


Note

[1]www.who.int/woman_child_accountability/ierg/reports/2012_01S_Respectful_Maternity_Care_Charter_The_Universal_Rights_of_Childbearing_Women.pdf

[2] http://www.who.int/reproductivehealth/topics/maternal_perinatal/statement-childbirth-govnts-support/en/

[3] http://apps.who.int/iris/bitstream/handle/10665/250796/9789241549912-eng.pdf?sequence=1

[4] http://apps.who.int/iris/bitstream/handle/10665/260178/9789241550215-eng.pdf;jsessionid=D3947457CD2C985FDDA08D374EA7D8A4?sequence=1

[5] https://documents-dds-ny.un.org/doc/UNDOC/GEN/G16/072/19/PDF/G1607219.pdf?OpenElement

[6] http://www.may28.org/obstetric-violence/

[7] Convention on the Elimination of All Forms of Discrimination against Women ratified by 175 countries.

[8] https://rm.coe.int/168046031c

[9] Venezuela, Argentina, Mexico, Chile, Brazil

[10] PLEIADES report on refugee mothers in Greece – Preliminary findings on antenatal, perinatal and postnatal care

[11] https://ovoitalia.wordpress.com/indagine-doxa-ovoitalia/

[12] Sexist acts during gynecological and obstetrical monitoring: comments on violence, the need to recognize, prevent and punish sexism

[13] http://www.ejmh.eu/5archives_ppr_szebik_et_al_181.html

[14] http://www.oas.org/en/mesecvi/docs/MESECVI-SegundoInformeHemisferico-EN.pdf

 

[eng] 25th of November 2018: Obstetric Violence as Violence against Women

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Brussels, 25th November 2018

CIVIL SOCIETY JOINT STATEMENT

International Day on the Elimination of Violence against Women:

Time to stop obstetric violence

 

On this day, we would like to spotlight the need to promote respectful maternity care[1] and the involvement of women and women’s groups in decisions concerning childbirth policies and practices in full compliance with the World Health Organization (WHO) statement[2], WHO recommendations on positive pregnancy[3] and birth[4], and the UN OHCHR Report of the Working Group on the issue of discrimination against women in law and in practice.[5]

We urge Governments to eliminate all forms of obstetric and gynecological violence*, institutional[6] and against women, according to article 12 of the CEDAW Convention[7] and in compliance with the Istanbul Convention[8] that defines violence against women as “a violation of human rights and a form of discrimination against women and […] all acts of gender‐based violence that result in, or are likely to result in, physical, sexual, psychological or economic harm or suffering to women, including threats of such acts, coercion or arbitrary deprivation of liberty, whether occurring in public or in private life”.

Many women across the globe experience disrespectful, abusive or neglectful treatment during pregnancy, childbirth and postpartum care, in high, medium and low-income countries. Such treatments include physical abuse, profound humiliation and verbal abuse, coercive or unconsented medical procedures (including sterilization), lack of confidentiality, failure to get fully informed consent, refusal to give adequate pain relief, violations of privacy, refusal of admission to health facilities, neglecting women during childbirth to suffer life-threatening avoidable complications, and detention of women and their newborns in facilities after childbirth.

Although, in some countries[9] laws are in place to eliminate obstetric violence, recognised as a specific form of gender-based violence, in Europe the phenomenon has just been tackled, raising heavy controversies. It is almost impossible for women to report it, as it is considered “normal”, both in medical as well as in legal contexts. The extent of this issue has been measured in several European countries where civil society groups and mothers’ organizations have been raising public awareness collecting thousands of traumatic stories of mistreatment during childbirth within hospitals. The voices of mothers have been vastly ignored by the governments and advocates have been threatened and intimidated.

In Greece, the level of disrespect to women’s perinatal health has worsened because of the massive influx of refugees, the closure of borders and their entrapment in a country suffering from a long financial crisis. Lack of consent in childbirth and inhumane reception conditions are the rule breaching the rights of refugee birthing mothers and newborns according to a report[10].

The first nationally representative survey conducted in Italy in September 2017, commissioned by civil society associations of mothers, found that the equivalent of one million women (21%) declared they suffered some form of obstetric violence during their first experience of childbirth and 6% of women declared they don’t want any more children as a consequence of the treatment they received[11].

In France, the High Equality Council published its first report[12] on obstetric violence in June 2018 which was submitted to the Equality Secretary of State Marlène Schiappa. It includes 26 recommendations focused in 3 areas: admission of the facts, proposal on how to prevent them through the training of health professionals and setting up procedures to report and punish any illegal practices.

Recently in Croatia, Ivana Ninčević-Lesandrić MP publicly denounced at the session of the Chamber of Representatives the treatment she personally endured during invasive procedures following a miscarriage where she didn’t receive adequate pain relief, and over 400 other women joined in confirming this is a reality for many women.

In Hungary a recent, representative study[13] shows that 72.2% of women still suffer from unnecessary and routinely performed episiotomy. The procedure is done without the informed consent of mothers in 62.0%. Freedom to choose a labour position for women having a vaginal birth was restricted in 65.7% of the cases.

In the Netherlands, Stichting Geboortebeweging conducted a “Break the silence” (#Genoeggezwegen) campaign this year where they received 600 hundred official submissions of obstetric violence becoming trending topic on Twitter. Nevertheless, it did not receive much attention from Public Health Authorities and several cases involving women’s human rights in childbirth have been dismissed by Dutch (disciplinary) courts.

In all those countries women were not believed, advocates have been publicly attacked and defamed, and there were no institutional efforts to address the issue while involving mothers and women’s groups in the discussion. Their involvement is crucial in finding the solutions for this systemic, structural and interpersonal issue where the unbalance of power and patriarchal attitude is damaging women, mothers and babies, putting their lives at risk, with significant and unmeasured repercussions on their health and wellbeing.

Therefore, we urge Governments to:

  1. Support research and data collection in order to measure the prevalence of obstetric and gynecological violence during pregnancy, childbirth, and postpartum and investigate its impact on the health and autonomy of women;
  2. Adopt national strategies on the involvement of maternity healthcare users in the decision-making process, at individual and policy levels;
  3. Implement accountability and transparency policies in healthcare facilities allowing users to make informed decisions;
  4. Support women’s choices on birth settings (including homebirth and midwifery-led birth centers), as part of a regular offer within maternity care;
  5. Set up mechanisms for women to report about their childbirth experience without stigma or fear;
  6. Regulate a system of remedies and monetary compensation for violations during pregnancy, childbirth and postpartum;
  7. Design educational programs on the respect of human rights in childbirth for both health care providers and users, starting from schools to universities;
  8. Include women and mothers in educational programs aiming at teaching health care providers how to treat a childbearing woman and babies with dignity and respect.
  9. Support midwifes by increasing its number and guarantee the one-to-one ratio, setting up studies allowing for direct access to this profession in all countries.

Finally, we are joining the 16-day social media campaign until International Human Rights Day on 10th December 2018 to end obstetric violence around the world. To participate, please use #obstetricviolence because every woman has the right to the highest attainable standard of health, including the right to dignified, respectful health care throughout pregnancy and childbirth, as well as the right to be free from violence and discrimination.

* Obstetric violence is the “appropriation of a woman’s body and reproductive processes by health staff, in the form of dehumanizing treatment, abusive medicalization and pathologisation of natural processes, involving a woman’s loss of autonomy and of the capacity to freely make her own decisions about her body and her sexuality, which has negative consequences for a woman’s quality of life.”[14]


 

About Make Mothers Matter

Make Mothers Matter advocates and supports mothers as changemakers for a better world. Created in 1947, MMM is an international, apolitical and non denominational NGO, with General Consultative Status to the United Nations. www.makemothersmatter.org 

Notes 

[1]www.who.int/woman_child_accountability/ierg/reports/2012_01S_Respectful_Maternity_Care_Charter_The_Universal_Rights_of_Childbearing_Women.pdf

[2] http://www.who.int/reproductivehealth/topics/maternal_perinatal/statement-childbirth-govnts-support/en/

[3] http://apps.who.int/iris/bitstream/handle/10665/250796/9789241549912-eng.pdf?sequence=1

[4] http://apps.who.int/iris/bitstream/handle/10665/260178/9789241550215-eng.pdf;jsessionid=D3947457CD2C985FDDA08D374EA7D8A4?sequence=1

[5] https://documents-dds-ny.un.org/doc/UNDOC/GEN/G16/072/19/PDF/G1607219.pdf?OpenElement

[6] http://www.may28.org/obstetric-violence/

[7] Convention on the Elimination of All Forms of Discrimination against Women ratified by 175 countries.

[8] https://rm.coe.int/168046031c

[9] Venezuela, Argentina, Mexico, Chile, Brazil

[10] PLEIADES report on refugee mothers in Greece – Preliminary findings on antenatal, perinatal and postnatal care

[11] https://ovoitalia.wordpress.com/2017/11/04/first-data-on-obstetric-violence-in-italy

[12]  Sexist acts during gynecological and obstetrical monitoring: comments on violence, the need to recognize, prevent and punish sexism

[13]  http://www.ejmh.eu/5archives_ppr_szebik_et_al_181.html

[14] http://www.oas.org/en/mesecvi/docs/MESECVI-SegundoInformeHemisferico-EN.pdf

La Presidente di Malta annuncia il suo impegno per le madri al livello EU

Il 6 novembre 2018, la Presidente della Repubblica di Malta ha accolto le istanze e tutto il lavoro del network di ricerca COST Action BIRTH, di cui fa parte anche l’Osservatorio sulla Violenza Ostetrica Italia, e ha annunciato la creazione di un Osservatorio Europeo sulla Maternità. È stato un onore per noi essere presenti all’evento.

Sua Eccellenza Marie-Louise Coleiro Preca, le madri ringraziano.

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“I would like to thank the team behind COST Action IS1405 – “From Birth to Health,” for the work they have done, over the past eight years, to generate essential and much-needed research.

I would like to encourage them to take this research, and use it to raise the political profile around this issue, as they are in a perfect position to provide the politicians and policy-makers of our nations with the relevant resources, to improve the wellbeing of expectant mothers.

All of our countries have a clear responsibility, to safeguard and to protect every mother.

For this reason, let me recommend that this research is a first step, to create an EU-wide Observatory on holistic and equitable Maternal Healthcare.”

Marie-Louise Coleiro Preca, Presidente della Repubblica di Malta

Fonte

 

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Anteprima: Babies Born Better, i primi risultati italiani

Vi segnaliamo in anteprima la pubblicazione scientifica “Findings from the Italian Babies Born Better (B3) survey“, in uscita su Minerva Ginecologica. Sul seguente link potete accedere all’abstract in inglese: https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/30264953.

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La pubblicazione è il risultato della collaborazione di Elena Skoko (Università “Roma TRE”), Alessandra Battisti (Università “Roma TRE”), Claudia Ravaldi (CiaoLapo) e Michela Cericco (La Goccia Magica) dell’Osservatorio sulla Violenza Ostetrica Italia con ricercatori e fornitori di assistenza alla maternità (ostetriche e ginecologhe) italiani e internazionali, per un’edizione speciale della rivista Minerva Ginecologica, curata dalla prof.ssa Soo Downe della University of Central Lancashire (UCLAN) del Regno Unito.

Si tratta di uno studio qualitativo in cui si analizzano sistematicamente le risposte al questionario multilingue Babies Born Better, condotto nell’anno 2014-15 (la seconda edizione è stata chiusa da poco). Il questionario chiedeva alle donne che avevano partorito nei 5 anni precedenti quali erano le cose migliori che avevano vissuto e cosa avrebbero cambiato nell’assistenza alla maternità in Italia.

L’analisi delle risposte ha rilevato una notevole varietà territoriale, in cui alcune regioni risultano virtuose ed altre rilevano forti criticità. La caratteristica saliente è il desiderio delle donne di un’assistenza “più umana”, caratterizzata dalla gentilezza, professionalità e rispetto.

Questa pubblicazione è il risultato di è una vera e propria ricerca partecipata: non solo è stata condotta con la partecipazione degli utenti, che risultano tra gli autori, ma anche il software per l’analisi è stato acquisito grazie al contributo volontario delle madri e delle associazioni italiane che hanno partecipato al crowdfunding e che, in un giorno e mezzo, hanno raccolto la somma necessaria. Nessuna autrice e nessun autore è stato retribuito e non è stato ricevuto nessun contributo pubblico.

 

Un anno fa, i primi dati nazionali sulla violenza ostetrica in Italia

Oggi celebriamo un anno dalla pubblicazione dei primi dati nazionali sulla violenza ostetrica, realizzati della Doxa in collaborazione con OVOItalia, La Goccia Magica e CiaoLapo.

BASTA TACERE (391)

Con la campagna di comunicazione abbiamo raggiunto oltre 24 milioni di persone, con più di 266 apparizioni su stampa e TV. Abbiamo pubblicato due articoli scientifici (Abuse and disrespect in childbirth assistance in Italy: A community-based surveySociodemographic characteristics of women participating to the LOVE-THEM (Listening to Obstetric Violence Experiences THrough Enunciations and Measurement) investigation in Italy) e altri sono in arrivo.

BASTA TACERE (337)

Abbiamo ricevuto tantissimo interesse dall’estero e abbiamo partecipato a numerose conferenze e convegni. Dall’interno abbiamo ricevuto lettere pubbliche contenenti minacce legali e diffamazione (12) e nessun interesse da parte delle istituzioni. L’unico sforzo fatto da parte delle istituzioni nazionali è stato quello di delegittimare i dati, criticandone i metodi (3), tralasciando il commento sul fenomeno.

In altri paesi europei, le istituzioni hanno convocato le madri e si sono assunte la responsabilità di affrontare il problema (come in Spagna e Olanda), anche senza dati statistici rappresentativi.

Tuttavia, le madri hanno ancora voce e producono e continueranno a produrre dati sulla violenza ostetrica, al livello nazionale e internazionale, con la consapevolezza che in un sistema cieco, sordo e muto, il posto a tavola se lo dovranno conquistare con pazienza, perseveranza e determinazione.

Nel frattempo, il cambiamento continua da basso.

Elena Skoko