Ibone Olza, madre-attivista e psichiatra

Intervista con Ibone Olza
madre-attivista, psichiatra,
autrice del libro “Il parto cesareo“, Il Leone Verde, 2007

di Elena Skoko [*]

COST Action IS1405. Building Intrapartum Research Through Health – an interdisciplinary whole system approach to understanding and contextualising physiological labour and birth (BIRTH). Work Group 6 (Birth Activists)
Lancaster, 5-7 ottobre 2015

Elena: Ibone, tu sei un’attivista per i diritti umani nel parto, come hai cominciato?

rioIbone: Ho partorito due figli mentre mi stavo specializzando in psichiatria. Entrambi i parti sono stati cesarei d’emergenza, traumatici. Dopo il secondo sono rimasta dieci giorni all’interno di un’unità di terapia intensiva, senza poter toccare il mio bambino se non una settimana dopo; non ho potuto abbracciarlo per un’intera settimana. Nel corso dei mesi successivi ho ripensato al tipo di assistenza che avevo sperimentato all’interno di quel reparto, dove mio figlio si trovava per un problema ai polmoni, e ho cominciato a pensare come fosse possibile trovare il modo di aprire le porte delle terapie intensive. Per il terzo figlio mi sono preparata per un parto vaginale dopo due cesarei. Ho letto tutti gli studi possibili, praticamente mi sono presa un’altra laurea (ride). I dottori intanto mi dicevano no, tu sei pazza, rischi la rottura dell’utero, devi programmare un cesareo, e così via… ma io mi ero studiata tutta la letteratura, e sapevo che era molto più sicuro optare per un travaglio di prova. Alla fine ho avuto un terzo cesareo d’emergenza, molto traumatico. Dopo essermi dilatata completamente, a casa con un’ostetrica, sono andata in ospedale pronta per far nascere mia figlia. Lì mi hanno trattata davvero molto male, è stata un’esperienza molto violenta, molto traumatica per me. Dopodiché mi sono associata all’ICAN, il network internazionale per la consapevolezza sul parto cesareo, un’associazione americana che si pone come obiettivo principale quello di abbassare le percentuali di cesareo. Subito dopo ho dato vita al gruppo di supporto spagnolo per le donne che avevano vissuto un cesareo traumatico. (“ApoyoCesareas”). Era il 2001. Presto sono cominciate ad arrivare donne che avevano subito un cesareo e donne che avevano vissuto parti vaginali traumatici. Da loro abbiamo imparato moltissimo, perché noi cesarizzate pensavamo di aver visto il peggio. Provavo invidia per tutte quelle che avevano avuto un parto vaginale, prima, ma le storie che ci raccontavano queste donne erano storie dell’orrore. Abbiamo capito subito che la nostra non era una gara a chi aveva avuto il parto peggiore, ma che avevamo a che fare con un problema ben più grande. E così abbiamo deciso di fondare un’associazione. All’inizio volevamo farla allargandoci al Sudamerica, perché nel gruppo c’erano molte argentine, ma lavorare in paesi diversi era difficile, e così abbiamo fondato la nostra associazione in Spagna, nel 2003. Si chiama El Parto Es Nuestro.

È cominciato tutto dal mio bisogno personale di guarire la mia ferita, di capire. La rabbia è un elemento importante, hai questo bisogno di fare il possibile affinché altre donne non passino attraverso la stessa esperienza.

 

 

Elena: A che punto è l’associazione ora, nel 2015?

Ibone: È stato un cammino meraviglioso. Eravamo tutte donne traumatizzate, e quindi molto tristi, i primi anni. Siamo andate a parlare con le istituzioni e con i media, affinché contribuissero a portare alla luce questo problema e renderlo riconosciuto socialmente. E ci siamo riuscite. Nel 2007, il Ministero della Salute spagnolo ci ha dato ascolto e ha deciso di lanciare una strategia nazionale per migliorare il parto. A quel punto abbiamo iniziato a collaborare moltissimo con altre associazioni e con il Ministero della Salute stesso. Per alcuni anni le cose sembravano andare effettivamente molto meglio, ma ora abbiamo a che fare con una situazione che temiamo possa rivelarsi anche peggiore. Il punto è che le cose sembrano diverse, ma non lo sono. Sembra che i ginecologi, le ostetriche e tutti gli altri operatori siano più rispettosi durante i parti, ma in realtà non fanno altro che fingere di aver incorporato i nostri discorsi, è solo una facciata, la realtà è diversa. Dicono di essere rispettosi nei confronti delle donne, e che non le insulteranno più, ma ecco che spuntano frasi come “Se non fai così il tuo bambino potrebbe morire”, o che non offrono loro informazioni complete… Quindi sono un po’ preoccupata. Certo, abbiamo ottenuto molto, eppure la nostra associazione continua ad accogliere nuove donne con nuove storie dell’orrore. L’associazione ora è grande, siamo 800 membri. Ci sono anche ostetriche, medici e infermieri, ma soprattutto madri. Abbiamo fatto moltissime campagne e credo che il nostro attivismo abbia portato molte buone cose, ma pensiamo che ci sia ancora tanto da fare.

Elena: In che modo siete riuscite a farvi ascoltare, a stimolare il cambiamento? Che cosa ha funzionato meglio nella comunicazione con le istituzioni e con il sistema medico in generale?

Ibone: Hmm, non saprei. Sicuramente abbiamo trovato degli interlocutori ricettivi al Ministero della Salute. Siamo andate a parlare con loro, dati alla mano. Gli abbiamo detto: “Non potete essere soddisfatti con un 25% di cesarei, nel privato e nel pubblico”, abbiamo raccontato loro il nostro dolore e siamo state brave a fare in modo che le storie delle donne venissero ascoltate.

Elena: Come siete riuscite a fare in modo che ascoltassero queste storie? Mi hai parlato di dati, ma nei dati non ci sono le storie.

Ibone: Abbiamo scritto molte di queste storie ai giornali, siamo andate in tv, abbiamo coinvolto persone capaci di fare dei bei documentare da mandare in onda. Abbiamo scritto tanto, tante lettere, ai giornali, tutte le donne l’hanno fatto. Poi abbiamo cominciato a formare dei gruppi di supporto in ogni città. Abbiamo lanciato molte campagne su internet. Una delle prime era sull’episiotomia. Abbiamo tradotto in spagnolo una pagina francese dedicata alle informazioni sull’episiotomia. Un’altra delle nostre campagne si intitolava ¡Que no os separen!, “Che non vi separino”, per informare le famiglie che è loro diritto stare con i neonati, specialmente nei reparti di terapia intensiva.

Abbiamo fatto dei poster e li abbiamo spediti a tutti gli ospedali del Paese. Abbiamo creato dei gruppi per operatori in cui potessero parlare e confrontarsi sulle loro esperienze. Abbiamo lanciato anche una campagna contro la manovra di Kristeller. L’anno scorso abbiamo iniziato un osservatorio sulla violenza ostetrica, e abbiamo cominciato a utilizzare l’espressione “violenza ostetrica” per denunciare gli abusi e i maltrattamenti di donne e bambini durante il parto.

 

Elena: Che cosa è per voi la “violenza ostetrica”?

Ibone: Per violenza ostetrica si intende qualsiasi abuso ai danni delle donne e dei bambini durante la nascita. Può essere qualunque cosa, intervenire sulla donna senza il suo consenso informato, fare azioni che non siano basate su evidenze scientifiche o non offrire alle donne le informazioni corrette. Secondo la legge venezuelana la violenza ostetrica è il non prendersi cura in modo appropriato delle emergenze ostetriche, fare un cesareo quando esiste la possibilità di optare per un vaginale, separare il neonato da sua madre senza ragioni mediche, chiedere a una donna di partorire sdraiata, cosa che ancora viene fatta in molti ospedali, malgrado sia totalmente contro ogni evidenza scientifica. Tutto questo può essere violenza ostetrica.

Elena: Che impressioni avete, ad oggi, del concetto di violenza ostetrica? Che reazioni registrate? Lo utilizzate come “strumento” del vostro attivismo e, se sì, come?

Ibone: Eravamo riluttanti a usare quest’espressione, temevamo che potesse causarci dei problemi. Invece, sorprendentemente, tutti la comprendono.

Gli operatori all’inizio se la sono presa, ma la maggior parte di loro ha capito subito a cosa ci stavamo riferendo. Insomma, pensavamo che l’espressione ci avrebbe messo nei guai, ma alla fine invece è stato l’opposto. È molto facile per tutti, anche per gli operatori, capire che fare un cesareo senza ragioni valide, o allontanare un neonato dalla madre senza ragioni valide, sono atti di violenza Sono state le attiviste latinoamericane a mostrarcelo, con la legge venezuelana basata sul concetto di violenza ostetrica, nel 2007-2008, e seguita dall’Argentina e dal Messico, anche loro con le loro leggi basate sul concetto di violenza ostetrica. Pensavamo che in Spagna sarebbe stato un concetto troppo forte, e invece a quanto pare ci è utile, la gente lo capisce.

 

Elena: Quindi sta producendo un cambiamento? Quando avete iniziato a usarlo?

Ibone: Direi due o tre anni fa. È stato utile intanto perché ha permesso di aprire un dibattito. All’inizio gli operatori si sono offesi. Dicevano: “Non mi starai dicendo che sono violento?!” Al che noi rispondevamo: “Non stiamo dicendo che tu sei violento, ma che allontanare un neonato dalla madre lo è”. O che è violento fare un cesareo. Domandavamo loro: “E tu come ti senti rispetto a questo? È qualcosa che ti piacerebbe venisse fatto a te o a tua figlia?”. Loro sanno com’è. Penso che la cosa stia funzionando. È anche un modo per evidenziare quanto siano presenti, nel processo nascita, le tematiche di genere. La violenza ostetrica è un tipo di violenza di genere, perché viene subita solo dalle donne e dai neonati. Quello del parto è un momento molto specifico e molto vulnerabile, durante il quale si possono generare danni importanti, e l’impatto di questa violenza è rilevante. Quando parliamo di violenza ostetrica anche i mariti ci capiscono al volo, perché ne sono stati testimoni, l’hanno sentita anche loro.

Elena: Come sostieni la tua attività?

Ibone: La mia personale o quella dell’associazione?

Elena: Ecco, la tua personale e quella dell’associazione.


Ibone
: A livello personale, il mio attivismo mi ha portato non pochi problemi. Era una cosa che non riuscivo ad arginare. Mi ha causato problemi in famiglia, con i colleghi, a lavoro. È durato qualche anno. Poi è stato l’inverso. E lo stesso è capitato a molte delle donne che lavorano all’interno dell’associazione. In associazione abbiamo, per dire, delle donne architetto che hanno vissuto parti traumatici e hanno deciso di fare attivismo, e adesso queste stesse persone progettano ospedali e reparti maternità. Allo stesso modo le filosofe si sono poi specializzate in filosofia della nascita. Chi faceva l’avvocato si è specializzato in diritti umani nella nascita. Io facevo la psichiatra infantile ma per via del mio attivismo, che mi ha portato ad ascoltare così tante donne, sono diventata un’esperta dei traumi legati al parto e alla fine sono diventata la psichiatra perinatale del mio ospedale. In Spagna nessuno faceva psichiatria perinatale prima, a parte un piccolo gruppo a Barcellona. Strano a dirsi, almeno per me, ma sono tra le maggiori esperte in psichiatria perinatale di tutta la Spagna, perché non c’era nessun altro, non perché ne sappia tanto. Per molte di noi quindi l’attivismo ha finito per combinarsi bene con la nostra attività professioniale. Ci sono insegnanti tra noi, che hanno pubblicato dei bellissimi libri per bambini e per la nascita naturale. Tutte noi abbiamo ricevuto qualcosa in cambio dal nostro attivismo da un punto di vista professionale, che non ci saremmo mai aspettate. Né era quello il nostro obiettivo. Alla fine, quindi, ci abbiamo guadagnato.

Elena: Hai acquisito una competenza che è riconosciuta all’interno della tua comunità, anche a livello scientifico…

IMG-20160428-WA0010Ibone: Sì… questo è interessante. C’erano altre donne che sono volute diventare doule, ma non ci avevano mai pensato prima, perché facevano gli ingegneri. C’è stato un periodo in cui pensavamo che il nostro attivismo fosse come una malattia, una specie di dipendenza. I nostri mariti, i nostri genitori ci dicevano: “perché non ci dai un taglio?” E invece c’è una fase in cui non puoi fermarti, una fase in cui pensi di poter salvare tutte le donne. È un momento molto difficile, ma poi col tempo tutto rientra. Capisci molte cose. Nella nostra associazione ci diciamo che questa è una questione femminista. Che le nostre nonne hanno dovuto lottare per il diritto al voto, nonne inteso in senso metaforico ovviamente. Hanno dovuto combattere per questo e si son sentite dire molte delle cose che noi sentiamo oggi. Poi le nostre madri hanno dovuto combattere per il diritto al lavoro. E adesso è il nostro turno di combattere perché le donne abbiano il diritto di partorire come vogliono e in sicurezza. Siamo nate negli anni Settanta, negli anni Ottanta e nei Novanta, adesso tocca a noi.

Elena: Come si sostiene l’associazione?

Ibone: È molto facile, le donne si associano. Purtroppo molte si associano a seguito di una brutta esperienza di parto. L’associazione è molto aperta, se hai un’idea noi ti diciamo “Ok, vai e fallo” (ride). Ti sosteniamo, sei tu che ci dici cosa ti serve. Se vuoi iniziare una campagna, ti mettiamo nelle condizioni di farlo. Se vuoi iniziare un sottogruppo, prima devi stare un anno in associazione, e beneficiare del sostegno degli altri membri. Ma poi è facile, e ti basta iniziare a mettere su un gruppo nella tua città. Lavoriamo moltissimo tramite internet. Quando ti associ ti raccontiamo tutto quello che abbiamo fatto e che stiamo facendo, e puoi scegliere se lavorare per la mailing list di supporto alle donne che hanno vissuto un cesareo, di dare una mano agli avvocati, o di entrare nel comitato delle traduzioni scientifiche. Ci sono molti gruppi diversi.

Elena: E come si sostiene economicamente l’associazione?

Ibone: Soprattutto con le quote associative. Riceviamo pochissimi soldi pubblici.

Elena: Ma c’è un gruppo principale? L’organizzazione è centralizzata o funziona più come un network?

Ibone: Funziona più come un network di gruppi, che si auto-sostengono.

Elena: Il ruolo di leader di questa associazione è sostenibile per te?

Ibone: Una cosa che ci è riuscita molto bene è che non abbiamo mai avuto un solo leader. Quando abbiamo fondato l’associazione eravamo in 21. Forse per via del modo in cui vedevamo la maternità, eravamo molto contrarie all’idea che l’associazione avesse un solo leader. Siamo una comunità. Un giorno c’è un presidente, e un altro giorno ce n’è un altro. Se qualcuno deve andare in tv a parlare chiediamo “Chi vuole andare?”. Stessa cosa per la pubblicazione dei libri. E credo che sia il nostro più grande tesoro. Abbiamo un ottimo network di sostegno. Alcune lasciano l’associazione, qualcuna torna. Qualcuna è molto attiva per due anni e poi molla. Ma non è mai un problema. La cosa importante è che l’associazione oggi non è legata a una persona o due in particolare. Ci sono magari cinque, dieci persone che, come me, sono più conosciute perché ci siamo state dall’inizio. Ma comunque siamo tante. Non c’è una persona che può prendere e dire “Io ho fatto questo”. No. Siamo sempre state madri che lavoravano insieme. E ci siamo sempre assicurate che questo fosse chiaro, che non era qualcosa da fare per se stesse, o per diventare famose (ride). Io trovo che sia una cosa meravigliosa. È così che lavorano le madri. Molte sono state attivissime finché non sono state di nuovo incinta e a metà gravidanza hanno detto “Devo rallentare”. Nessun problema.

Elena: Come prendete le decisioni nel gruppo?

Ibone: C’è una riunione annuale, un’assemblea, che dura due giorni. In questi giorni la parte più intensa è quella che dedichiamo alle presentazioni. A volte dedichiamo anche sette ore a questa parte per dare spazio a tutte le donne, a tutte le socie che sono presenti all’assemblea. Alla fine ci facciamo sempre dei grandi pianti, perché alcune ci raccontano dei loro piccoli nati morti o dei loro riuscitissimi parti vaginali dopo due o tre cesarei. È tutto molto intenso. La nostra forza è che ascoltiamo sempre le nostre storie di parto. A quel punto, dopo questo, votiamo per le decisioni. C’è un gruppo, la presidenza è sempre un gruppo di quattro donne, abbiamo avuto anche uomini a volte, ma sono soprattutto donne. Sono loro quattro a prendere le decisioni più importanti nel corso dell’anno, ma comunicano splendidamente con il resto di noi, e poi ci sono tanti sottogruppi. I sottogruppi prendono le loro decisioni, in accordo con la presidenza, e non abbiamo mai alcun problema. È andato sempre tutto liscio. Durante l’assemblea annuale votiamo solo per le decisioni più importanti. Non riesco a ricordare nessuna decisione che sia stata particolarmente difficile. Magari ce ne sono state, ma ora come ora non mi vengono in mente.

Elena: In che modo la tua professione di psichiatra influisce sul tuo attivismo come madre? In che modo la professione si combina con la maternità e le questioni relative al mondo nascita?

Ibone: Ho imparato molto da questa esperienza. Ho tenuto molte conferenze, ho imparato a migliorare la comunicazione con gli operatori sanitari. Vuoi sapere in che modo la mia professione ha influito sul mio essere madre?

Elena: Sì, vorrei sapere come funziona questa connessione, come si bilanciano le due cose.

Ibone: Ho qualche problema… con la medicina. Io amo la medicina. Ma al tempo stesso non mi piace la medicina di oggi. Questo mi crea molto conflitto, sia come madre che come psichiatra. Molta tensione. Più imparavo dalle altre madri, sull’allattamento o sul parto, e meno mi piaceva la medicina. Ho attraversato una mia fase personale in cui volevo tornare alle radici. A me la medicina piace. Credo nella medicina basata sulle evidenze scientifiche. Ma penso che vi siano molti problemi relativi alla medicina moderna. Il primo di tutti è che la medicina deve ascoltare le madri. Non so come dirlo, è difficile, per me è una questione molto delicata. Quando ho avuto un grave disturbo post traumatico da stress (PTSD) dopo il mio ultimo cesareo, nessuno me l’ha diagnosticato, neppure io stessa, da psichiatra. Ci ho messo anni per capire cosa avevo passato. In Spagna diciamo: “En casa del herrero, cuchillo de palo” (“Il figlio del calzolaio gira sempre con le scarpe rotte”). Il fatto di essere una psichiatra mi ha reso molto più difficile essere aiutata, per il mio PTSD, ma anche solo per arrivare a capire cosa mi stava succedendo. Ora insegno a molti studenti, e sono molto critica nei confronti della medicina. Eppure la amo. Lo so, è una grande contraddizione…

Elena: Potresti contribuire a migliorarla, in questo modo. 

Ibone: La mia speranza è quella di umanizzarla. La nostra associazione El Parto Es Nuestro è una rete di sostegno favolosa per me e per molte di noi. Ho attorno a me una rete di supporto fatta di donne, che svolgono diverse professioni, di cui mi fido ciecamente e che possono darmi i consgigli migliori nelle più svariate situazioni. Molte delle nostre socie dicono che questa rete è uno degli aspetti più preziosi dell’associazione stessa. Se qualcuna ha bisogno di aiuto a Barcellona o alle Canarie, c’è sempre qualcuna che può darle una mano. Una mano per una madre, per un divorzio, un’indicazione su cosa mangiare e cosa no, come gestire il proprio denaro o come restare focalizzata sui propri obiettivi professionali. E il sostegno non riguarda soltanto questioni relative al mondo nascita, è una rete di donne che aiutano altre donne e si fidano l’una dell’altra. È un grande dono dell’attivismo.

Elena: Ti è mai capitato di utilizzare uno dei tuoi ruoli quello di madre, o quello di psichiatra, per dare autorevolezza alle tue parole?

Ibone: All’inizio aiutava. Il fatto di essere una psichiatra mi facilitava l’obiettivo di portare medici, psichiatri o altri ad ascoltare le esperienza di parto delle madri. L’ho fatto, quindi. Ma spesso venivo rifiutata. E più guarivo dai miei traumi e più ero in grado di farlo. Ora che mi sento “sanata”, posso parlare con i dottori e far loro ascoltare le storie delle donne senza prendermela. Credo che prima sentissero anche la mia rabbia (ride). Mi sento fortunata ad avere la possibilità, grazie alla mia laurea, di far sì che mi diano retta. Mi piacerebbe che ascoltassero me e che ascoltassero anche le madri ma così va il mondo. Ora ho questa piattaforma per parlare con loro, e ne approfitto.

[*] © Elena Skoko, 2016. Questa intervista inedita è parte del progetto dell’autrice “Come nascono i bambini? Chiedete alle madri”. Traduzione dall’inglese di Martina Rinaldi.

Sangue del SUO sangue, video-inchiesta

Vi siete chieste perché nel PDL Zaccagnini vi è il divieto di donazione del sangue neonatale da cordone ombelicale? Perché troppe domande rimangono senza risposta…
Vi chiediamo aiuto nel CONTRIBUIRE a questa importante video-inchiesta sulla donazione del sangue neonatale, detto “cordonale”. Si tratta di un lavoro audace e importante iniziato e condotto da Amyel Garnaoui e Angelo Loy, in collaborazione con il Comitato CoRDiN e OVOItalia.
La donazione e la raccolta del sangue da cordone ombelicale è davvero una pratica così innocua come viene descritta? Nessuno fino adesso l’ha messa in dubbio. Eppure, ci sono notizie preoccupanti di cui non tutti sono a conoscenza. Cosa dobbiamo fare?
Una madre e un padre hanno deciso di porsi queste domande e cercare le risposte chiedendo ad esperti, ai genitori, ai politici, ai promotori della donazione e a quelli che, come loro, si chiedono se sia davvero una cosa buona e giusta. Hanno girato per tutta l’Italia e ancora non hanno finito.
Dobbiamo continuare a cercare le risposte alle nostre domande e riportarle al pubblico, alle istituzioni, ai cittadini e ai genitori.
Per ultimare e finalizzare il lavoro, abbiamo bisogno del vostro aiuto. Se potete contribuire con donazioni, queste serviranno a finalizzare il documentario-inchiesta e a diffonderlo e distribuirlo in tutta Italia.
Se avete delle informazioni riguardo al tema oppure esperienze dirette che volete condividere, contattate i registi. Se volete dare il vostro contributo in un altro modo, potete proporre la proiezione nella vostra città.
Abbiamo bisogno di tutti per cambiare un idea giusta che forse ha prodotto una pratica molto sbagliata.
Vi preghiamo di diffondere questo post il più possibile!

QuestOVO – il questionario sulla violenza ostetrica

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Dopo un mese dalla fine della campagna #bastatacere, che ha fatto scoprire il fenomeno della violenza ostetrica in tutta l’Italia, OVOItalia lancia il questionario QuestOVO dove potete descrivere in dettaglio le vostre esperienze.

I dati raccolti in modalità foto-cartello sulla pagina Facebook rimangono un bagaglio di testimonianze importanti che continueremo a rendere visibili. Tuttavia, molte persone sono rimaste escluse dalla possibilità di descrivere la propria storia e noi desideriamo dare l’opportunità a tutti di raccontarsi.

Tutte le storie sono ugualmente importanti e tutte hanno il diritto di essere ascoltate. Solo tramite i racconti di parto sapremo di nuovo come nascono i bambini e potremo fare di più per farli nascere in modo rispettoso, sicuro e amorevole – onorando le loro madri.

In questo momento non possiamo aiutarvi nel cercare giustizia, non possiamo cambiare l’accaduto né sappiamo come impedire che gli abusi, i maltrattamenti e le mancanze di rispetto si ripetano. Quello che possiamo fare e continuare a renderli visibili perché nessuno possa più dire “non lo sapevo”. Tutto il sistema, tutta la comunità deve partecipare al cambiamento.

Vi chiediamo di diffondere QuestOVO il più possibile, invitare le vostre amiche, colleghe, parenti a compilarlo. L’unica cosa che abbiamo è il potere del racconto e dobbiamo usarlo per generare cambiamento.