Una riflessione antropologica sul dibattito parlamentare sulla nascita

Sicurezza, diritti riproduttivi e saperi autorevoli nel parto e nella nascita in Italia
di Patrizia Quattrocchi

«In normal birth there should be a valid reason to interfere with the natural process»
(World Health Organization, 1996)

Un commento antropologico alle audizioni in Commissione Affari Sociali della Camera dei Deputati, in merito alle diverse proposte di legge in discussione volte alla promozione del parto fisiologico in Italia.[i]

È questo l’intento con il quale mi accingo ad ascoltare i relatori. Da buona etnografa, abituata a cogliere i significati espliciti e impliciti delle parole e delle azioni umane, sono munita di taccuino per appunti e di volontà di ascolto.

Già dalle prime battute, mi rendo conto che non potrò produrre “solo” un commento: “the Primacy of Ethical”, di cui parla un’antropologa americana che amo molto (Schaper Hughes, 1995), irrompe dentro di me. Mi ricorda che, ormai, dopo vent’anni di lavoro con donne, levatrici, ostetriche e medici in vari luoghi del mondo (era febbraio del 1998 quando ho conosciuto le levatrici indigene lenca d’Honduras!), non posso che essere un’antropologa militante: non sorda alle esigenze e alle aspettative disattese di mamme e neonati, alle gerarchizzazioni del sapere (per cui il medico “sa” e la donna “no”), alle medicalizzazioni innecessarie (per cui la partoriente è “paziente”, pur non essendo quasi mai ammalata), alle evidenze scientifiche e alle direttive internazionali spesso ignorate (dalle dichiarazioni di Fortaleza del 1985 è stato scritto molto).

Dal mio osservatorio di ricercatrice-attivista che desidera contribuire a migliorare lo stato delle cose, mi accingo dunque a commentare ciò che ho ascoltato e visto nella discussione alla Camera. Nel lavoro sul campo, non solo le parole sono importanti, ma anche i gesti, gli sguardi, i toni, gli ammiccamenti, il detto tra le righe e il non detto. Per questo mi colpisce subito l’intervento del Coordinatore dei lavori, che interrompe la rappresentante della Conferenza delle Regioni Flavia Franconi dopo i primi sei secondi di relazione. Quando quest’ultima afferma che “Il parto deve essere davvero fisiologico e quindi bisogna cercare di evitare quelle medicalizzazioni…” il Coordinatore incalza con tono tra l’imperativo e l’ironico: “Lei si riferisce a come NOI approviamo le leggi?” Poi si scusa, per il suo “necessario intervento”.

È chiaro che si tratta di una strategia comunicativa, utilizzata per “spiazzare” l’avversario: è comune nel dibattito politico. Nel nostro contesto, è un primo indicatore di come l’arena politica a cui assistiamo sia costruita: un luogo di produzione diseguale di conoscenza, dove chi ritiene di possedere il “sapere autorevole” si impone sull’Altro.

La battaglia, alla Camera dei Deputati e fuori da questa, è tutta qui: chi detiene il “sapere autorevole” sul parto e la nascita nella nostra società? La biomedicina e suoi rappresentanti: le istituzioni e i professionisti della salute. Non è certo l’uovo di Colombo, ma non è scontato che sia così; e storicamente (serve ricordarlo?) non è sempre stato così. Non è così, del resto, nemmeno in molti paesi del mondo, dove la biomedicina convive – piaccia o no – con altri paradigmi di interpretazione e trattamento degli stati fisiologici e patologici; saperi e pratiche non “scientifici” nei termini in cui la scienza ha costruito sé stessa, ma non per questo meno validi o efficaci per le popolazioni che ne usufruiscono. Diversi.

L’antropologia, con il suo sguardo dissacrante sulla nostra società (frutto del “giro lungo” compiuto a studiare gli Altri, prima di occuparsi anche di Noi) ci ricorda che il sapere autorevole non è per forza quello corretto, ma è “quello che conta” (Jordan, 1997). È il sapere prodotto da chi detiene il potere. Quello riconosciuto socialmente come legittimo e capace di relegare nella marginalità le posizioni altrui (considerate false, sbagliate, antiquate, non scientifiche, alternative, secondo il caso).

È un meccanismo ben noto agli scienziati sociali che studiano il Modello Medico Egemonico. Quando un sapere è abituato a prevalere, perché storicamente si è costruito come portatore della “verità” e come “universalmente valido”, il dialogo con altri modi di (nascere e partorire, nel nostro caso) diventa difficile. È quanto emerge nelle conversazioni alla Camera, in cui esperti di certo non alle prime armi (puntuale e chiaro, per esempio, il contributo dell’esponente della regione Emilia-Romagna Brambilla) non riescono fino in fondo ad avviare una discussione critica con chi difende altre prospettive.

Il rischio è di schierarsi su fronti opposti, come avviene per un attimo sul tema del parto domiciliare. A favore o contro? La questione non è così semplice. È Marta Campiotti – Presidente dell’Associazione Nazionale Ostetriche Parto a Domicilio e Casa Maternità a ripristinare il senso delle cose: “la libertà di scelta del luogo del parto è già riconosciuta, da direttive internazionali e norme locali. Non siamo qui per questo”. Qualcuno l’aveva dimenticato.

Viviamo in un paese in cui 11 regioni su 20 menzionano la possibilità del parto non ospedaliero nella propria normativa[ii] e alcune (Emilia-Romagna, Piemonte, Marche, Lazio, Province autonome di Trento e Bolzano) lo rimborsano parzialmente. Inoltre, in alcune province dell’Emilia-Romagna (Parma e Reggio Emilia, per esempio) e a Torino (Ospedale S. Anna) il Servizio Sanitario Nazionale eroga gratuitamente l’assistenza domiciliare al parto. Mi è successo più volte di raccontare di ciò che accade in Emilia-Romagna in seminari o conferenze svolte all’estero. Porto il mio punto di vista di ricercatrice, essendomi occupata di questo tema negli ultimi 5 anni (Quattrocchi 2014, 2017). Ebbene, all’estero il “caso Emilia-Romagna” – in cui la donna può scegliere di partorire a) in ospedale, b) in casa con un’ostetrica affiliata al servizio pubblico, c) con un’ostetrica privata o d) nella casa maternità il Nido di Bologna (negli ultimi due casi con rimborso di parte dei costi sostenuti), risulta estremamente interessante. Anche agli occhi di paesi – come i Paesi Bassi – che storicamente hanno sostenuto l’approccio fisiologico al parto e alla nascita nell’organizzazione del loro sistema sanitario.

E in Italia? Poco conosciamo e ancor meno valorizziamo queste esperienze. Interessati come siamo alla quantità e non alla qualità delle cose che ci circondano, perché occuparci di un modello assistenziale che riguarda meno dell’1% dei parti nel nostro paese? Il “sapere autorevole”, poi, lo discredita totalmente, nonostante i criteri di sicurezza (in primis, la selezione delle gravidanze a basso rischio) siano definiti a livello internazionale e nazionale. Nel discorso monovocale della biomedicina solo il parto ospedaliero, forte della sua “tecnicalità” (come afferma la deputata Binetti), può offrire la “sicurezza” da tutti giustamente auspicata. Sicurezza: un concetto costruito e decostruito dai presenti in aula, secondo la prospettiva e l’interesse di ciascuno. A portarla al centro del dibattito la domanda posta dall’onorevole Binetti: “Come rendere compatibili il rispetto del processo del percorso naturale con i livelli di sicurezza?”

Direi che, prima di tutto, bisognerebbe costruire un significato condiviso del concetto di sicurezza, se non nella comunità scientifica, per lo meno tra coloro che legiferano. Il sapere autorevole afferma che sicurezza=tecnologia (che si tratti di un’ambulanza o di un ecografo di ultima generazione poco importa). Viviamo in una società che ci ha abituato a considerare migliore (“moderno”) ciò che è tecnologico e a pensare il non tecnologico o il “tradizionale” come “arretrato”. È parte del nostro sistema di valori: di come abbiamo deciso di pensarci e strutturarci come società. Lo accettiamo, pur non dimenticando che i valori cambiano, e le società pure. In ogni caso, ciò non impedisce di poter rendere flessibili le categorie con cui – consapevolmente o no – interpretiamo quotidianamente il mondo. In questo modo, possiamo comprendere che il concetto di sicurezza (in ogni caso soggettivo, come la percezione del rischio, lo ricordano alcuni relatori citando la definizione dell’OMS-Organizzazione Mondiale della Sanità) è amplio e complesso, e non può rimandare solo alla presenza della tecnologia o della neonatologia.

Come dimostrano le tanto decantate evidenze scientifiche, tale concetto contempla non solo le risorse “oggettive” presenti nel setting in cui si partorisce e si nasce; ma anche le relazioni costruite tra i presenti sulla scena del parto. Per esempio, il rapporto di fiducia tra professionista e donna (per questo la continuità assistenziale dovrebbe essere la norma, e non l’eccezione nei nostri ospedali); l’ambiente favorevole e non disturbato (dai discorsi futili dei professionisti in sala parto, all’entrata improvvisa nella sala travaglio dell’uno o dell’altro operatore, ogni donna ha il suo aneddoto da raccontare, temo); il sentirsi protette, contenute e comprese da chi si prende in carico la nostra salute e quella del nostro bambino. Il non sentirsi “invase” da pratiche il più delle volte sconosciute o innecessarie (il consenso informato o il piano del parto non hanno risolto molto); il potersi affidare ad una struttura trasparente, di cui possiamo conoscere le positività, ma anche le criticità (il tasso di cesareo, di episiotomia, di induzione, per esempio); nonché il profilo dei suoi operatori.

E ancora. La sicurezza della donna di potersi affidare a un professionista, certa che saranno rispettati i tempi propri e quelli del bambino, non è forse importante? E la sicurezza di non subire trattamenti irrispettosi, non lo è altrettanto? Certo, è più semplice “rispettare” nelle gravidanze a basso rischio o, per meglio dire, “in salute” (dal 1996 l’OMS ci chiede di contenere l’approccio basato sul rischio nel parto, potremmo iniziare dal linguaggio!). Anche un cesareo può essere, però, “rispettato”: se non nei tempi fisiologici, almeno nei modi, nei comportamenti, nelle informazioni, nel supporto e nell’accompagnamento, nella facilitazione di contatto e allattamento precoci.

Il fatto che la donna si senta sicura e a proprio agio – ovunque e con chiunque e in qualsiasi modo partorisca – non è un elemento costituente del concetto stesso di “sicurezza”? Le evidenze scientifiche dimostrano che donne che si sentono “sicure” presentano “migliori esiti” (per usare la terminologia medico-asettica); in altre parole, tanto loro quanto i neonati presentano migliori condizioni di salute alla nascita.[iii]

Comprendere che partorire e nascere sono eventi esistenziali unici per la persona che li vive e che la dimensione sociale e culturale non può essere elusa (del resto, non lo è assolutamente nella pratica medica: vogliamo discutere del significato simbolico del camice “bianco”?) permette di superare l’approccio meramente tecnocratico[iv] e di guardare al parto, alla gravidanza e al puerperio non come eventi medici, ma come processi complessi, allo stesso tempo bio-psico-sociali e culturali.

Che relazione vi è tra l’ottica riduzionista, organicista, patologicizzante e interventista che a volte caratterizza la nostra pratica ostetrica e le sindromi depressive e traumatiche post-parto, sulle quali tanto si sta indagando negli ultimi anni? E rispetto allo sviluppo psicofisico del bambino, come incide una nascita “violenta”, in cui veniamo “estratti” (letteralmente nei parti operativi e cesarizzati, simbolicamente in quelli indotti o accelerati) prima del tempo? In cui alla pelle, al calore e all’odore della nostra mamma che tanto necessitiamo nei primi momenti della nostra vita si sostituiscono la mano sterile e sconosciuta dell’operatore, le luci abbaglianti, i rumori assordanti, il “bagnetto” e così via?

Davvero dimentichiamo “come” siamo venuti al mondo? O l’esperienza rimane in qualche modo nella nostra memoria e riaffiora in momenti e modi differenti a livello psicofisico, come ci raccontano la psicoanalisi, la neurobiologia e la psiconeuroendocrinoimmunologia? Delle due, personalmente propendo per la seconda opzione.

Ancora di più dopo una lezione che ho tenuto presso l’Università in cui lavoro, all’interno di un corso di antropologia per le professioni sanitarie, in cui si discutevano i saperi e le pratiche del parto in prospettiva interculturale. Come spesso amo fare, quel giorno ho proiettato un documentario: “Il primo respiro” (Gilles de Maistre, 2007), in cui si narra di parto e nascita in diversi contesti culturali e si presentano differenti modelli assistenziali (dal parto ipermedicalizzato a quello auto-assistito). Ebbene, ciò che è accaduta durante la proiezione del video mi emoziona ancora: potrei definirla una “catarsi collettiva”: studenti e studentesse in singhiozzi e in lacrime, libero sfogo a emozioni e a sofferenze – ho compreso poi – antiche. “Tutto quel contatto, quello sguardo della mamma, quegli abbracci…non ho retto a tutto quell’amore incondizionato”, mi ha detto una studentessa avvicinatasi alla cattedra. La discussione post-proiezione mi ha permesso di comprendere come certe ferite, non sanate, riaffiorino. Il contatto con la mamma – se mancato – lo ricordiamo eccome, seppur in forma incosciente. Quella lezione ha sollevato grandi interrogativi e mi ha spinto ad approfondire lo studio dell’impatto che la nascita e il primo accudimento hanno sul nostro sviluppo, non solo nell’infanzia, ma durante l’intero arco della vita.

Forse dovremmo confrontarci maggiormente (se non chi legifera, almeno i loro tecnici) con la letteratura scientifica di frontiera: quella che si assume il rischio di criticare e di proporre paradigmi innovativi. Niccolò Giovannini, ginecologo e ricercatore presso l’Ospedale Mangiagalli di Milano invitato come esperto, cita a questo proposito gli interessanti studi sul microbioma umano in relazione alla nascita e allo sviluppo del sistema immunitario dell’individuo.

O, forse, basterebbe rileggere il piccolo e meraviglioso libro di Frederick Leboyer “Per una nascita senza violenza”, e assumere – per un momento – la prospettiva del neonato.

Perché dovremmo – come società – avallare in maniera acritica un sistema che produce traumi evidence-based (anche in questo caso, quanta letteratura scientifica ormai!) e ferite mother-based (e non parlo del taglio chirurgico)? Se solo ascoltassimo maggiormente le donne incinte, le partorienti e le neo-mamme forse comprenderemmo meglio la riflessione dell’esperta della regione Emilia Romagna Borsari su come uno stesso parto “sia andato bene” secondo gli operatori che lo hanno assistito e sia stato invece considerato “umiliante” e mal vissuto dalla donna che lo ha esperito.

È su questo iato che dovremmo interrogarci, nel tentativo – che si sicuro accompagna la buona volontà di tutti i presenti in aula – di migliorare la qualità dell’assistenza nel nostro paese. Non basta che “mamma e bambino stiano bene” per accompagnare una nascita rispettata. Se ampliamo lo sguardo al processo (e alle sue molteplici dimensioni) e non ci limitiamo a operare nel fatto (l’espulsione o l’estrazione del bambino), la prospettiva cambia profondamente.

Vogliamo continuare a ribadire che la violenza in sala parto non esiste, come sembra suggerire il deputato Benedetto Fucci (firmatario di una delle proposte di legge in discussione), quando afferma “la sua totale ignoranza in materia dopo 30 anni di sala parto?”

Che la si voglia definire “violenza ostetrica” (Venezuela, Argentina e Messico hanno implementato leggi dello Stato che definiscono tale tipo di violenza, concepita come violenza di genere e violazione dei diritti umani), oppure “violenza istituzionale durante l’assistenza ostetrica” (come si preferisce in alcuni paesi, omettendo però che la violenza non dipende dal luogo, ma da un modello assistenziale) o ancora “violazione dei diritti umani nell’assistenza alla salute riproduttiva, come propongono alcuni accademici (Castro, 2015) o, infine, “abuso e mancanza di rispetto durante il parto” – come indica l’OMS (2014), poco importa.

I dati a disposizione sono innegabili e l’OMS è chiara: le donne in ogni parte del mondo (in paesi ad alto o basso reddito) sono oggetto di violenze fisiche e psicologiche durante il parto: non sono rispettate, non sono informate, subiscono pratiche invasive innecessarie o non godono di assistenza idonea alle loro necessità; non possono scegliere e/o partecipare autonomamente a un processo fondamentale che è loro.

Perché? Rispondere a questa domanda richiederebbe entrare nel cuore delle dinamiche e delle logiche strutturali di genere, di potere e di biopotere (il potere dello Stato sui corpi delle persone, come ci ha insegnato Michel Faucoult) che caratterizzano la nostra e le altre società. Non è l’obiettivo di questo breve scritto. Chi volesse approfondire gode oggi di una letteratura crescente, anche dal punto di vista metodologico. Per esempio, riguardo all’identificazione di indicatori e alla validazione di strumenti per “definire” e “misurare” consensualmente la violenza durante il parto e la nascita (e la gravidanza, aggiungerei).[v]

Ciò che mi sembra importante sottolineare in questa occasione è che non possiamo ignorare la voce delle donne e affermare “In Argentina forse…ma in Italia, la violenza ostetrica di sicuro non esiste”, come mi è stato detto qualche mese fa da due illustri esponenti del Comitato Etico della mia regione, in una (surreale) riunione, della quale un giorno – forse – racconterò.

Le donne non tacciono più, lo sappiamo. In Italia e altrove, gli Osservatori sulla Violenza Ostetrica e le campagne mediatiche che ne sono il comune motore di avvio (così è accaduto in Argentina, in Chile, in Brasile, in Italia e in altri paesi) sono ormai strumenti avvallati di denuncia e di azione.

Non tacciono più nemmeno gli operatori sanitari, in primis molte ostetriche (ma anche medici-ginecologi) che denunciano modalità di venire al mondo di per sé violente e di cui sono loro malgrado parte. Un sistema che espropria le donne del loro sapere e del loro potere di dare la vita; che le rende passive, mutilate (fisicamente e/o psicologicamente) e private di quella fiducia in se stesse, tanto importante nell’accudire e nutrire il proprio bambino.

Un sistema che non permette al professionista – nel proprio iter formativo – di toccare con mano la fisiologia del parto, di acquisire quelle competenze culturali, comunicative e relazionali fondamentali per accompagnare un processo tanto complesso come la nascita di un nuovo individuo; e di non essere vittima di burnout, quando si lavora.

Non è un diritto acquisito quello di poter esercitare al meglio la propria professione? E non è un diritto altrettanto acquisito quello di godere della migliore assistenza possibile? La questione dell’esercizio di diritti riconosciuti non è secondaria nel nostro discorso. I diritti riproduttivi sono il tema ombra del dibattito alla Camera, mai troppo esplicito da richiedere una presa di posizione chiara; ma fondante nella sua rilevanza.

Chi ha il diritto di decidere in merito alle “circostanze del proprio parto”? La Corte Europea dei Diritti Umani di Strasburgo non ha dubbi: le donne (sentenza “Ternowsky vs. Ungheria”, 2010). E i diritti umani nel parto? Internazionalmente riconosciuti e socialmente dibattuti, che posizione occupano nel dibattito politico italiano?

“Se ciò significa diritto a contrastare una condotta medica, affermo che questo diritto non può essere sostenuto” – sottolinea ancora il deputato Fucci – spiegando che “il medico in scienza e coscienza è responsabile dell’atto che si sta perpetuando”.

Colgo in queste parole la prospettiva per cui il Medico-Dio (e qui il discorso ci riporta a come formiamo i nostri medici) non può essere criticato. Certo che posso – come cittadino – “contrastare” una condotta medica; posso addirittura denunciare: è previsto dalla legge. La professione – seppur sacralizzata – non esime dalla responsabilità dell’errore o del dolo, per fortuna. Il punto è che il timore al “contrasto” (legale, ovviamente) porta molti professionisti ad iper-intervenire “per dimostrare di aver fatto tutto il possibile”, anche quando non è necessario fare.

Non sempre operiamo secondo le evidenze scientifiche, nonostante invocarle sia diventato ormai una consuetudine. Perché non rileggersi a questo proposito il documento dell’OMS Care in normal birth. A practical guide (1996), in cui ben 29 delle 59 pratiche prese in esame sono considerate inefficaci e dannose, oppure risultano essere utilizzate in maniera inappropriata? Ci sorprenderemmo nel constatare quante di queste costituiscano ancora la routine nei nostri ospedali.

“Definire in maniera chiara le responsabilità” – come suggerisce ancora Fucci – è corretto. Purché ci sforziamo di mantenere uno sguardo plurale e multidimensionale al parto e alla nascita. Il che conduce non solo a ridefinire compiti e responsabilità (da più parti in aula si discute della necessità di fomentare l’autonomia e le competenze dell’ostetrica nelle gravidanze fisiologiche), ma soprattutto a costruire percorsi di co-responsabilità con le donne che assistiamo. Un percorso condiviso, in cui la donna e la coppia possano realmente scegliere insieme al professionista le modalità, le risorse e le tecniche considerate più adeguate tra le varie disponibili; dopo aver ricevuto un’informazione corretta, obiettiva, aggiornata scientificamente, e dove sia contemplato anche il dissenso.

Qualora qualcosa di spiacevole dovesse accadere, non produrrebbe forse questo approccio di condivisione delle decisioni (e dei rischi) meno contenziosi?

Chi spiega, infatti, alla diligente e “paziente” donna incinta a cui il Medico-Dio ha predetto un parto “perfetto” (non servono le parole per predire, i saperi autorevoli utilizzano dispositivi ben più sottili) e un “prodotto-bambino” sano, pulito e profumato un esito negativo? Cosa si racconta a quella mamma che, fiduciosa del proprio sistema medico e del professionista che lo incarna, ha effettuato una decina di ecografie in poco più di sei mesi (molte delle quali inutili, come sappiamo), si è sottoposta a esami e visite “obbligatorie” e raccomandate, mai dubitando dell’operato di chi le sta di fronte (ma molto dubitando di se stessa e del proprio “non autorevole” sapere), se qualcosa dovesse “andare storto”?

E, soprattutto, la renderemmo cosciente che – forse – in altre condizioni, in altri luoghi e con altri professionisti, le cose si sarebbero potute evolvere in maniera differente?

“Come rendere compatibili il rispetto del processo del percorso naturale con i livelli di sicurezza?” chiede l’onorevole Binetti. Innanzitutto, potremmo cominciare con l’onestà intellettuale. Per esempio, a fronte di evidenze scientifiche consolidate, che ci mostrano come modelli assistenziali non interventisti (come il parto domiciliare) siano nei paesi ad alto reddito una modalità sicura, sia per la mamma che per il bambino; e in alcuni casi rappresentino, addirittura, una modalità più sicura del parto ospedaliero, in termini di minor interventi non necessari (Olsen e Clausen, 2012). Ciò non significa proporre il parto in casa a tutte le donne. Significa, però, il dovere etico e scientifico del medico (e aggiungerei del politico) di dialogare con modelli e paradigmi differenti da quelli che, per formazione e habitus, è abituato a considerare “normali” e migliori.

Possiamo negare che l’approccio interventista inneschi a volte una “catena” di eventi, controllabili o gestibili solo con ulteriori interventi? Davvero è questo il modo più sicuro e benefico (non solo in termini di esiti, ma anche in termini di processi) di partorire e nascere nella nostra società? Per chi? Forse, per chi produce e vende ossitocina sintetica; non certo per le mamme e i loro bambini.

Audizioni terminate, rimane la sensazione che, a tratti, riemerga la solita vecchia storia. Quella per cui se il Medico-Dio scendesse dall’altare e diventasse Uomo, la donna potrebbe interloquire con un suo pari, in maniera orizzontale e con il riconoscimento mutuo di diritti e responsabilità. Magari quella donna, convinta anche lei di “non sapere” (cresciuta com’è dentro a un contesto che così l’ha predisposta a pensare) potrebbe suggerire un’alternativa viabile dal suo punto di vista e dal suo sentire di persona nel cui corpo vive e si sviluppa quel bambino. Magari, quell’alternativa piacerebbe anche al suo medico.

Credo davvero – data l’importanza che la medicina difensiva ha assunto oggi nel nostro paese ritorno su questo punto – che in questo modo i contenzioni legali diminuirebbero. E la soddisfazione, tanto del professionista quanto della donna, aumenterebbe.

L’errore di un uomo può essere compreso e giustificato. Un Dio che sbaglia è umanamente inconcepibile.

Bibliografia

  • Davis-Floyd R. 1992 Birth as an American Rite of Passage, Barkley, University of California Press.
  • Castro R., Erviti, J.   (2015). Sociología de la práctica médica autoritaria. Violencia obstétrica, anticoncepción inducida y derechos reproductivos. Cuernavaca, CRIM-UNAM.
  • Jordan, B. 1997 Authoritative knowledge and its construction, in Davis-Floyd R., Sargent F. C. (eds.) Childbirth and Authoritative Knowledge. Cross-Cultural Perspectives, Barkley, University of California Press, pp. 55-88.
  • Olsen O., Clausen J. A. 2012 Planned hospital birth versus planned home birth, Cochrane Library

Database of Systematic Reviews, Issue 9.

  • Quattrocchi, P. 2017 Oltre i luoghi comuni. Partorire e nascere a domicilio e in casa maternità. Una ricerca antropologica, Editpress, Firenze (in corso di stampa).
  • Quattrocchi, P. 2014a Homebirth and the National Health Service in Italy. A qualitative study in the Emilia-Romagna Region, “Canadian Journal of Midwifery. Research and Practice”, vol. 13, Issue 3, pp. 32-39.
  • Quattrocchi, P 2014b, “Riesgo” y “seguridad” durante el embarazo y el parto: desde la visión biomédica hacia la visión de las mujeres que optan por un parto domiciliar. “Periferías, Diálogos y Fronteras”. Actas del XIII Congreso de Antropología de la Federación de Asociaciones de Antropología del Estado Español. Universitat Rovira y Virgili, Tarragona, España, pp. 4444-4465.
  • Sheper-Hughes, N. 1995 “The Primacy of the Ethical. Propositions for a Militant Anthropology”, Current Anthropology, 36, 3, pp. 409-440.
  • World Health Organization, 1996 Care in normal Birth. A practical Guide, Reproductive health and research. Report of a Technical working group. Geneve, World Health Organization.
  • World Health Organization, 2014 The prevention and elimination of disrespect and abuse during facility-based childbirth, Geneva, World Health Organization.

 

Buenos Aires, 20 giugno 2017

Patrizia Quattrocchi

Università degli Studi di Udine
Marie Sklodowska Curie Fellow
http://www.obstetricviolence-project.com
patriziaquattrocchi@yahoo.it
www.uniud.academia.edu/patriziaquattrocchi

[i] Proposte di legge C. 93 Binetti, C. 755 Sbrollini, C. 2818 Binetti, C. 3095 Fucci, C. 3121 Colonnese, C. 3573 D’Incecco, C. 3614 Carnevali, C. 3670 Zaccagnini e C. 3839 Nicchi. Audizione svoltasi il giorno 12 gennaio 2017 (http://webtv.camera.it/evento/10430, visionato nel giugno 2017).

[ii] Lombardia (la prima, già dal 1987), Abruzzo, Piemonte, Emilia-Romagna, Lazio, Marche, Liguria, Valle d’Aosta, , Sicilia, Toscana e Province Autonome di Trento e Bolzano.

[iii] Per rendere maggiormente fruibile il testo, rimando a Quattrocchi, 2014b e 2017 per una rassegna bibliografica delle evidenze scientifiche cui faccio riferimento in questa e in altre parti dello scritto.

[iv] vedasi a questo riguardo le splendide ricerche dell’antropologa Robby Davis-Floyd (1992)

[v] http://www.who.int/reproductivehealth/topics/maternal_perinatal/statement-childbirth-govnts-support/en/support/en/; http://www.who.int/reproductivehealth/topics/maternal_perinatal/disrespect-during-childbirth-videos/en/

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