L’OMS contro gli abusi in sala parto: le nuove linee guida intrapartum puntano sull’esperienza positiva della nascita

Osservatorio sulla Violenza Ostetrica Italia (OVOItalia)

Comunicato stampa
26 febbraio 2018

A pochi giorni dall’uscita delle nuove raccomandazioni dell’OMS sull’”Assistenza intrapartum per un’esperienza positiva della nascita”, l’interesse dei media e delle istituzioni si è acceso in merito alla situazione attuale in Italia – un paese con il tasso di tagli cesarei tra i più alti al mondo. Un indicatore del fatto che qualcosa sta funzionando male nel sistema sanitario nazionale e che andrebbero prese misure urgenti e innovative per invertire la rotta. Il coinvolgimento delle donne e madri nelle politiche sanitarie che le riguardano è necessario.

L’assistenza alla nascita deve essere prima di tutto rispettosa. Urgente il coinvolgimento delle utenti.

Le nuove linee guida dell’OMS per l’assistenza alla nascita sottolineano che il parto deve essere un’esperienza positiva per la donna. Ossia, non basta che la donna e il nascituro ne escano vivi, possibilmente senza danni, ma è importante che abbiano un’esperienza del parto gratificante, priva di abusi e maltrattamenti. Questa è l’assoluta novità di questo documento.

Il documento non parla in nessuna delle sue parti del “diritto all’epidurale”, come è stato promosso nei media, ma ne raccomanda l’uso se la donna lo desidera, nonostante la complessità degli esiti correlati all’utilizzo di questa procedura medica, tutti elencati nel documento. L’OMS inoltre suggerisce, per la gestione delle doglie, le tecniche di rilassamento come il rilassamento muscolare, respirazione, musica, mindfulness e altre tecniche, per le donne che richiedono sollievo dal dolore. 

Ricordiamo che il rispetto delle linee guida rientrano nella normativa italiana, in particolare con l’attuazione della Legge 24/17, la cosiddetta Gelli-Bianco “Disposizioni in materia di sicurezza delle cure e della persona assistita, nonché in materia di responsabilità professionale degli esercenti le professioni sanitarie”. Pertanto, si tratta di un documento rilevante nei contenziosi legali.

La prima raccomandazione è di fornire un “assistenza alla maternità basata sul rispetto” (respecful maternity care) e incentrata sulla tutela dei diritti umani delle partorienti e dei nascituri. “Si raccomanda l’assistenza alla maternità rispettosa – intesa come cura organizzata per e fornita a tutte le donne nella maniera tale da mantenere la loro dignità, privacy e riservatezza, ed assicurarsi che non subiscano lesioni e maltrattamenti, che consenta la scelta informata e il sostegno continuo durante il travaglio e la nascita.”

Come spiega l’OMS, fornire un’assistenza alla maternità rispettosa, basata sui diritti umani, riduce la morbilità e mortalità materne. È una questione di vita o di morte, di sicurezza e riduzione del rischio. Nel documento viene specificato che “data la complessità dei fattori di maltrattamento durante il parto nelle strutture ospedaliere, ridurre gli abusi e migliorare l’esperienza delle donne in merito all’assistenza richiede interventi a livello relazionale tra la donna e il personale che la assiste, insieme agli interventi a livello della singola struttura e del sistema sanitario.” 

Le linee guida dicono che è essenziale una “comunicazione efficace e il coinvolgimento tra i fornitori di assistenza, gli amministratori dei servizi sanitari, le donne, le rappresentanti dei gruppi di donne e le rappresentanti del movimento per i diritti delle donne per assicurare un’assistenza che risponda ai bisogni delle donne e alle loro preferenze in tutti i contesti e in tutti i luoghi.”

Ed è proprio questo l’intento promosso dall’Osservatorio sulla Violenza Ostetrica Italia (OVOItalia) che da qualche anno cerca di stabilire un dialogo tra le madri, le istituzioni e i rappresentanti delle professioni che gravitano intorno alla nascita, sottolineando l’urgenza di affrontare quello che le donne e la legislazione internazionale hanno definito “violenza ostetrica”, riferendosi alle esperienze di abusi e maltrattamenti vissuti durante la nascita nelle strutture ospedaliere. “Non possiamo prescindere dal coinvolgimento delle donne e utenti per risolvere il problema delle inappropriatezze nell’assistenza. Si tratta di un modello innovativo di gestione del sistema sanitario, promosso sia dall’OMS sia da altri sistemi sanitari virtuosi, in cui la partecipazione degli utenti alle politiche sanitarie viene vista come una risorsa, non come un ostacolo”, dichiara Alessandra Battisti, avvocato per i diritti delle donne nel parto e co-fondatrice di OVOItalia.

L’indagine Doxa-OVOItalia ha dato un quadro della situazione nazionale, in cui è emerso che una donna su tre non si è sentita coinvolta nelle decisioni, il 41% si è sentita lesa nella propria dignità e integrità in merito alle pratiche vissute durante il travaglio e il parto e il 6% non ha voluto avere più altri figli a causa dell’assistenza traumatica subita al primo parto, un dato che si traduce in 20.000 nascite in meno ogni anno. Il 21% delle intervistate si sono dichiarate consapevoli di aver subito la violenza.

Alla luce di questi dati, quale posizione occuperebbe l’Italia se l’indicatore di riferimento fosse l’esperienza positiva del parto? È bene evidenziare che l’OMS già dalla precedente linea guida sull’”Assistenza prenatale per un’esperienza positiva della gravidanza” poneva in risalto questo nuovo approccio.

Nuovo approccio per contrastare l’abuso di cesarei: dopo decenni di soluzioni inefficaci ora è necessaria l’innovazione sociale

Una cosa è certa, l’Italia ha già da decenni un primato negativo. Benché il tasso dei cesarei abbia subito un lieve calo negli ultimi anni, e dal 38% nel 2008 è sceso a 35% nel 2014 (gli ultimi dati ministeriali disponibili), siamo ben lontani dall’11% del 1980 – la data che segna l’impennata del fenomeno dell’”epidemia dei cesarei” in Italia.

Di recente è stato pubblicato il report del Programma Nazionale Esiti – Edizione 2017, curato dall’Agenas, dal quale emerge che “la progressiva diminuzione della proporzione di parti cesarei primari [effettuati su una donna per la prima volta, nda], dal 29% del 2010 al 24,5% del 2016, ancora insufficiente rispetto allo standard internazionali, costituisce un contenimento importante: la propensione al parto chirurgico rappresenta infatti un comportamento difficile da cambiare, dove la dimensione opportunistica del fenomeno si affianca a una dimensione culturale di sottovalutazione diffusa, sia tra i professionisti sia nella popolazione femminile, dei minori rischi e dei maggiori benefici del parto naturale sia per la donna sia per il bambino.” L’Agenas sottolinea che nell’ultimo anno “si stima che siano 13.500 le donne alle quali è stato risparmiato un parto chirurgico, ma si conferma il dato di una forte eterogeneità interregionale e intra-regionale, a sottolineare come l’intervento sui processi culturali, clinici e organizzativi debba essere portato avanti, anche se ci sono chiari segnali di contrasto all’erogazione di prestazioni inefficaci o chiaramente dannose.” Una delle soluzioni proposte è la promozione del parto vaginale dopo il cesareo (VBAC), un’opportunità ancora troppo poco offerta alle donne.

Come hanno reagito le istituzioni a questi dati?

La Regione Campania, che detiene il primato dei cesarei con il 59,5%, punta su metodi tradizionali. In un’intervista a Skytg24, il Consigliere Sanità Regione Campania, Enrico Coscioni, propone ancora soluzioni di natura economica e dichiara che “per arginare il fenomeno, la Regione Campania ha messo in campo nuove linee guida che prevedono la diminuzione dei rimborsi economici alle strutture convenzionate che abusano del cesareo senza reali motivazioni”. Nell’ottica del rinnovamento del sistema sanitario, in linea con l’OMS, queste iniziative rischiano di non essere efficaci e di dirottare i cesarei – che magari sarebbero necessari e appropriati – verso parti vaginali operativi, disastrosi per le donne e i neonati.

La Regione Puglia, con il 43% di cesarei, ha istituito una Task force punti nascita per la riduzione del taglio cesareo, che vede impegnato in prima persona il dott. Giovanni Gorgoni, Commissario Straordinario dell’Agenzia Regionale Sanitaria della Puglia. In una recente intervista alla rete regionale Telenorba, il dott. Gorgoni ha dichiarato che il contrasto ai cesarei si concentrerà innanzitutto sugli audit con il personale sanitario all’interno delle strutture e poi sulla valorizzazione della figura dell’ostetrica, la professionista sanitaria della fisiologia del parto.

Schermata 2018-02-28 alle 09.50.56.pngVideo della trasmissione “Il Graffio”, andata in onda su Telenorba, il 23 febbraio 2018. Hanno partecipato Rosaria Santoro, ostetrica libera professionista, Giovanni Gorgoni, Commissario Straordinario dell’Agenzia Regionale Sanitaria della Puglia, dr. Ettore Ciccinelli, direttore del Policlinico di Bari e Elena Skoko come rappresentante di OVOItalia, #Bastatacere: le madri hanno voce. 

Schermata 2018-02-25 alle 22.13.40Questa posizione è in piena conformità con le nuove raccomandazioni intrapartum dell’OMS per un’esperienza positiva del parto, che raccomanda “i modelli di assistenza alla maternità basati sulla continuità di cura da parte delle ostetriche, in cui un’ostetrica conosciuta dalla donna, o un gruppo di ostetriche conosciuto, sostiene la donna durante la gravidanza, nel parto e nel puerperio”.

Secondo il dott. Gorgoni l’alto tasso dei cesarei non è la conseguenza di opportunismo economico quanto di una cattiva gestione. La Regione Puglia, dichiara il Commissario Straordinario, fornisce un rimborso agli ospedali di 3.200 Euro per i parti naturali e 4.100 per i parti cesarei. Preoccupati per gli sprechi, oltre che per la salute, gli amministratori sanitari pugliesi intendono puntare sulla riduzione dei costi della sanità e calcolano che, se si arrivasse alla media nazionale del 35% di cesarei, la Regione risparmierebbe 3 milioni di Euro, mentre se si arrivasse al tasso auspicato dal Ministero della Salute, il 24%, il risparmio sarebbe di ben 5-6 milioni di Euro, che potrebbero essere investiti per altri servizi più urgenti.

Il Lazio è al quarto posto nella classifica nazionale (dopo la Campania, la Puglia e la Sicilia), con un tasso di cesarei del 39%, ben al di sopra del 10-15% auspicato dall’OMS e di 4 punti al di sopra della media nazionale. Secondo il Presidente della Regione Lazio Nicola Zingaretti, i dati sui parti primari sono in diminuzione. Tuttavia, siamo ancora a livelli insoddisfacenti, e poco è stato fatto per affrontare l’aspetto di “umanizzazione delle cure” che auspicherebbe di andare nella direzione del coinvolgimento delle utenti nelle decisioni che le riguardano, sia al livello individuale sia al livello di politiche sanitarie. Nell’ottica di migliorare gli esiti di salute e di ridurre gli sprechi in sanità è necessario puntare sull’esperienza positiva delle utenti, madri e cittadine nel momento così cruciale della loro vita e della vita dell’intera famiglia.

A quando la “Task force per la buona nascita” del Lazio? “Un’iniziativa partecipata, che includa le cittadine e utenti, sarebbe all’avanguardia e magari porterebbe risultati migliori rispetto a decenni di politiche inefficaci calate dall’alto”, afferma Alessandra Battisti, candidata con la Lista Civica Zingaretti Presidente alle prossime elezioni regionali del Lazio che si terranno il 4 marzo.

Un “nuovo umanesimo” nella sanità è alle porte?

“Bisogna risanare questo deficit dell’umanizzazione delle cure – tuona Carlo Picozza, giornalista d’inchiesta e capolista della Lista Civica Zingaretti Presidente  – E’ necessario rimettere insieme i cocci di un patto che si è spezzato tra operatori della sanità e pazienti. La dignità è la prima medicina, è una consapevolezza nuova e questo va fatto soprattutto quando al centro è la donna che deve partorire. Nel Lazio è in corso un baby sboom, la nascita trova delle barriere che vanno abbassate. A conti rimessi a posto, ci sono le condizioni per farlo, ma devono essere impegnate le dirette interessate”.

Nel 2015, l’OMS sottolineava che “è necessario fornire il taglio cesareo alle donne che ne hanno effettivamente bisogno piuttosto che concentrarsi sul raggiungimento di una determinata percentuale”. Tuttavia, le istituzioni continuano ad affrontare il fenomeno dal punto di vista statistico e con metodi punitivi, tralasciando completamente l’aspetto umano sia di operatori sia di utenti, e soprattutto senza tenere conto delle esperienze di donne e bambini che vivono tutte queste politiche sulla propria pelle. Nel 2014 l’OMS aveva lanciato una dichiarazione per la “Prevenzione ed eliminazione dell’abuso e della mancanza di rispetto nel parto presso le strutture ospedaliere”, invitando i governi e le istituzioni a coinvolgere le donne e utenti nell’affrontare questo triste fenomeno.

“Secondo i nostri dati e le testimonianze che abbiamo raccolto in questi anni, le donne vivono come abusi le pratiche assistenziali in cui NON sono state coinvolte, che vengono fatte a tradimento, che non erano necessarie e sulle quali non hanno ricevuto nessuna informazione. Il taglio cesareo non è vissuto come violenza se è stato fatto nell’interesse sincero della donna e del nascituro, se la donna è stata attivamente coinvolta nella decisioni e se lei e il suo bambino o bambina sono stati accuditi con rispetto, competenza e amore”, sottolinea Elena Skoko, la fondatrice dell’Osservatorio sulla Violenza Ostetrica Italia e promotrice della campagna social #bastatacere: le madri hanno voce che, nell’aprile del 2016, ha raccolto migliaia di storie traumatiche di parto in soli 15 giorni.

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La politica delle madri

Di recente, come Osservatorio sulla Violenza Ostetrica, abbiamo commissionato un’indagine alla Doxa, sulle esperienze di parto delle donne in Italia.

Abbiamo scoperto che il 21% di madri è consapevole di aver subito violenza ostetrica alla nascita del primo figlio. 4 su 10 ha visto lesa la propria dignità e integrità psicofisica, un terzo non si è sentita coinvolta nelle decisioni durante l’assistenza, il 32% ha partorito con il cesareo e il 54% con l’episiotomia. Insomma, le madri escono dall’ospedale con il marchio di fabbrica: tagliate, o sopra o sotto.

Il 6%, traumatizzate dall’assistenza, rinuncia ad avere altri bambini, il che si traduce in 20.000 nascite in meno ogni anno. Con questi dati abbiamo raggiunto 24 milioni di persone in Italia. La nostra campagna si è conclusa.

Le istituzioni hanno sentito, ma tacciono. Abbiamo capito che si tratta di una questione che le madri devono risolvere in prima persona. Abbiamo capito che le madri non hanno rappresentanti nelle istituzioni. Abbiamo capito che, per far sentire la nostra voce, dobbiamo entrare in politica in prima persona.

Oggi, una di noi, Alessandra Battisti, si candida alle elezioni regionali del Lazio. 

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All’inizio non era un passo facile, perché la politica ci sembrava brutta, sporca e cattiva. Poi, nel 2016, abbiamo collaborato sulla proposta di legge per il rispetto nella nascita, firmata dall’On. Adriano Zaccagnini.

Di seguito alla pubblicazione della proposta di legge abbiamo promosso la campagna social #bastatacere: le madri hanno voce, sugli abusi e maltrattamenti nel parto.

In soli 15 giorni la campagna è diventata virale, con migliaia di testimonianze, oltre 21 mila like e una diffusione mediatica spontanea che superava 70 articoli e interviste. Era una cordata di circa 30 associazioni.

La voce delle donne non era sufficiente, ci hanno chiesto i dati. Ma i dati non si producono da soli. Allora, le madri si sono messe le mani in tasca. Hanno finanziato la ricerca scientifica, hanno finanziato la comunicazione, ed ora continuano a fare advocacy coinvolgendo la politica, in tutte le sue forme.

Quando parliamo dell’ambiente, ci viene spontaneo parlare di Madre Natura, ma la parola “madre”, intesa come umana, non riesce ad uscire dalla bocca della politica, della scienza, dell’opinione pubblica… senza essere ridicolizzata, sfruttata per secondi fini, infantilizzata, oppure attaccata direttamente senza mezzi termini. È una parola che mette a disagio, non sappiamo che pensare e che dire, per quanto è ormai complessa. Una cosa è certa, non potremmo mai onorare la Madre Terra senza onorare le nostre stesse madri.

Su di loro ricade tutto il lavoro di riproduzione e di cura, dei bambini, degli anziani, della collettività. È un lavoro invisibile che, se fosse calcolato, occuperebbe il 50% del PIL. La politica si guarda bene dal calcolarlo, pur avendone i mezzi, perché rendere visibile il valore economico della cura, messa in pratica prevalentemente da donne ma anche da uomini, renderebbe visibile lo sfruttamento sul quale poggia la nostra società.

La maternità oggi in Italia non è tutelata e non è rispettata. Le donne vengono messe alla gogna come escono i dati dell’ISTAT. Sono definite vecchie, malate, ignoranti e inconsapevoli. Il linguaggio delle madri è fatto di metafore. Le donne usano i loro corpi come metafore. Ogni anno questi corpi fanno uscire allo scoperto, tramite i dati annuali dell’ISTAT, uno “sciopero dell’utero”, messo in atto sistematicamente. Ogni anno mancano circa 12.000 nascite in Italia.

Perché le donne non vogliono avere figli? Perché non è un mondo a misura di bambini e di bambine. Non è un mondo a misura di madri. Un mondo così non è degno di essere riprodotto.

Non vi è nulla di “naturale” nella maternità, non è “istintiva” e nemmeno “spontanea”. La maternità è un costrutto sociale e culturale, partiene alla collettività che misura il suo grado di civiltà per come tratta le madri e i bambini.

Una donna che decide di diventare madre oggi, cessa di essere donna, perde i propri diritti di cittadina, perde il lavoro, viene discriminata, condannata alla solitudine e alla manipolazione, esposta alla violenza domestica e sociale, che si aggrava proprio dal momento della gravidanza.

Assicurare alle madri l’indipendenza economica deve essere una priorità per lo Stato. Valorizzare il lavoro delle madri deve essere sui nostri programmi politici, perché si tratta di un lavoro non pagato ma dato per scontato. Il rispetto dei diritti umani nella maternità e nascita deve essere un tema privilegiato dalle nostre istituzioni.

Non significa fare in modo che le donne siano reinserite nel mondo del lavoro il prima possibile, come se l’unico lavoro fosse solo quello retribuito. Dobbiamo uscire da questo sortilegio.

Ecco, il lavoro riproduttivo, per esempio, ha bisogno di altri tempi e altre modalità. Non funziona a comando o per dovere o negli interstizi tra gli orari feriali e il collasso dovuto alla stanchezza e alla preoccupazione. Insomma, l’etica assolutista del lavoro rischia di condannare gli uomini e le donne a una vita senza piacere. E senza piacere, i bambini non vengono.

Lo stesso vale per la maternità e nascita, bisogna dare il tempo ai bambini di nascere, e alle madri e ai padri di adattarsi ai nuovi ruoli. Valorizzando economicamente questo loro lavoro, facilitando tempi di lavoro ridotti ma ben retribuiti, favorendo un reddito di base, che garantisce a tutti una vita dignitosa, noi possiamo restituire la dignità alla genitorialità.

Il lavoro di riproduzione (del capitale umano, se vogliamo proprio dirlo), messo in atto da madri e padri, che danno vita, curano e educano i propri figli e figlie, i quali si mettono a disposizione della società, una volta adulti, è offerto gratuitamente. Dunque, l’istituzione di un reddito di base non sarebbe un atto di beneficienza, ma il riconoscimento per un lavoro fatto, tangibile e potenzialmente replicabile.

Le madri sono anche produttori diretti di alimenti, del latte materno. Anche questo viene ostacolato e offuscato dal mercato e dall’indifferenza delle istituzioni. Eppure, il valore di un litro di latte umano donato nel mercato europeo è di 130 Euro. Quando allatta, una donna produce un litro di latte al giorno. Io ho allattato per 4 anni e mezzo e ho prodotto un valore di 275.000 euro. Siccome si trattava di un passaggio dal produttore al consumatore, questo mio lavoro si misura in dobloni d’amore.

Il lavoro materno educativo, svolto anche dai padri, in particolare nei primi anni di vita, è indispensabile per far crescere un cucciolo umano. Come umano e non come un robot.

Poi c’è il lavoro di cura degli anziani, che se non passa per le mani delle figlie (e figli), passa per le mani delle madri e figlie di altri, in una catena di cura internazionale, a carico delle famiglie, in particolare delle donne.

La maternità non deve essere un peso, per donne e per uomini, non deve essere un obbligo: morale o sociale che sia. Deve essere una scelta, non una condanna. È un dono, non un sacrificio. Tutta la società se ne deve assumere la responsabilità, perché tutta la società ne ricava i benefici.

I nostri discorsi possono sembrare marginali. Cosa c’entra la nascita e la maternità con la politica? La nascita è il pilastro dell’economia sanitaria. È il primo e il terzo posto per i rimborsi che ricevono gli ospedali dal servizio sanitario. La sanità occupa l’80% del budget regionale. Per non parlare di tutta l’industria che gira intorno alle madri e ai bambini. Possiamo avere almeno il diritto al discorso?

Le madri oggi sono trattate come oggetti, non soggetti. Se le donne si rendessero conto che sono materia prima – degli ospedali, come della società – succederebbe una rivoluzione.

Ebbene, la rivoluzione delle madri è già in corso. Se non ve ne siete accorti, è perché il linguaggio delle madri – come il linguaggio della Terra – è stato oscurato.

Abbiamo bisogno di una politica materna. Una politica che crea uguaglianza tra uomini e donne, perché figlie e figli di una madre sono tra loro uguali.

Una politica costruita sul modello delle cure materne è una politica che crea prosperità, abbondanza e giustizia per tutti; ridona la dignità a chi è nato qui e a chi vi arriva, perché nel mondo delle origini, l’ospitalità è sacra.

Una società basata sui valori materni è una società che non disperde le proprie energie, non crea spreco, non gioca con la pelle degli altri ma crea individui e comunità autonome e indipendenti, capaci di relazionarsi con gli altri e con il mondo, capaci di dono e anche di commercio, dotati di creatività e intraprendenza innata e imparata, nel rispetto delle culture, della natura e della pace.

Negli anni passati, vi è stato il movimento delle donne, che si è espresso nel femminismo e nell’ecofemminismo. La politica ha fatto di tutto per mettere a tacere entrambi, rendendosi irrispettosa, incompetente e priva di amore. Le donne hanno cercato di svincolarsi dall’idea di maternità passiva e buonista, ma ancora oggi non riusciamo a pensarla diversamente. La parola “maternità” è mielosa a destra e acida a sinistra. Ma le madri tirano sù nello stesso modo figlie e figli, di destra e di sinistra e nessuna fazione gliene rende il giusto merito.

Siamo pronti a reinserire l’amore, il rispetto e la competenza nei nostri discorsi? Io lo spero, perché senza questi ingredienti del tessuto sociale ci rimane solo lo scheletro.

Elena Skoko

Alessandra Battisti, candidata di OVOItalia alle regionali del Lazio 2018

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Siamo liete di annunciare la candidatura di Alessandra Battisti, madre attivista e avvocato, co-fondatrice dell’Osservatorio sulla Violenza Ostetrica Italia (OVOItalia), membro fondatore del Comitato per il Rispetto dei Diritti dei Neonati (CoRDiN) e collaboratrice del prof. Salvatore Bonfiglio alla cattedra del Diritto costituzionale italiano e comparato all’Università “Roma Tre”.

OVOItalia è stato invitato a partecipare ai tavoli tematici del “Comitato Zingaretti“, che ha espresso interesse nel tema della violenza ostetrica, soprattutto all’interno del Tavolo Donne. Abbiamo portato le istanze delle madri e dei neonati, il Report #bastatacere e il dati Doxa-OVOItalia sull’assistenza alla nascita in Italia. Abbiamo trovato ascolto e sincero interesse, anche nello sviluppare progetti concreti per il contrasto alla violenza ostetrica, come forma di violenza di genere.

Successivamente, ci è stato chiesto di portare avanti questi temi con la candidatura alle prossime elezioni regionali del Lazio, che si terranno il 4 marzo 2018, all’interno della Lista Civica Zingaretti Presidente. Era una richiesta inaspettata… Abbiamo deciso di candidare Alessandra Battisti, con la quale in questi anni abbiamo condiviso tutto il percorso di advocacy sui temi dell’umanizzazione delle cure, dei diritti umani nel parto, dell’abuso e mancanza di rispetto nel parto nelle strutture ospedaliere e della violenza ostetrica.

Sei non sei invitata a tavola, sei sul menù. Noi abbiamo colto l’invito.

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Link all’intervista su Radio Radicale:
https://www.radioradicale.it/scheda/532644/elezioni-regionali-nel-lazio-intervista-ad-alessandra-battisti