Una riflessione antropologica sul dibattito parlamentare sulla nascita

Sicurezza, diritti riproduttivi e saperi autorevoli nel parto e nella nascita in Italia
di Patrizia Quattrocchi

«In normal birth there should be a valid reason to interfere with the natural process»
(World Health Organization, 1996)

Un commento antropologico alle audizioni in Commissione Affari Sociali della Camera dei Deputati, in merito alle diverse proposte di legge in discussione volte alla promozione del parto fisiologico in Italia.[i]

È questo l’intento con il quale mi accingo ad ascoltare i relatori. Da buona etnografa, abituata a cogliere i significati espliciti e impliciti delle parole e delle azioni umane, sono munita di taccuino per appunti e di volontà di ascolto.

Già dalle prime battute, mi rendo conto che non potrò produrre “solo” un commento: “the Primacy of Ethical”, di cui parla un’antropologa americana che amo molto (Schaper Hughes, 1995), irrompe dentro di me. Mi ricorda che, ormai, dopo vent’anni di lavoro con donne, levatrici, ostetriche e medici in vari luoghi del mondo (era febbraio del 1998 quando ho conosciuto le levatrici indigene lenca d’Honduras!), non posso che essere un’antropologa militante: non sorda alle esigenze e alle aspettative disattese di mamme e neonati, alle gerarchizzazioni del sapere (per cui il medico “sa” e la donna “no”), alle medicalizzazioni innecessarie (per cui la partoriente è “paziente”, pur non essendo quasi mai ammalata), alle evidenze scientifiche e alle direttive internazionali spesso ignorate (dalle dichiarazioni di Fortaleza del 1985 è stato scritto molto).

Dal mio osservatorio di ricercatrice-attivista che desidera contribuire a migliorare lo stato delle cose, mi accingo dunque a commentare ciò che ho ascoltato e visto nella discussione alla Camera. Nel lavoro sul campo, non solo le parole sono importanti, ma anche i gesti, gli sguardi, i toni, gli ammiccamenti, il detto tra le righe e il non detto. Per questo mi colpisce subito l’intervento del Coordinatore dei lavori, che interrompe la rappresentante della Conferenza delle Regioni Flavia Franconi dopo i primi sei secondi di relazione. Quando quest’ultima afferma che “Il parto deve essere davvero fisiologico e quindi bisogna cercare di evitare quelle medicalizzazioni…” il Coordinatore incalza con tono tra l’imperativo e l’ironico: “Lei si riferisce a come NOI approviamo le leggi?” Poi si scusa, per il suo “necessario intervento”.

È chiaro che si tratta di una strategia comunicativa, utilizzata per “spiazzare” l’avversario: è comune nel dibattito politico. Nel nostro contesto, è un primo indicatore di come l’arena politica a cui assistiamo sia costruita: un luogo di produzione diseguale di conoscenza, dove chi ritiene di possedere il “sapere autorevole” si impone sull’Altro.

La battaglia, alla Camera dei Deputati e fuori da questa, è tutta qui: chi detiene il “sapere autorevole” sul parto e la nascita nella nostra società? La biomedicina e suoi rappresentanti: le istituzioni e i professionisti della salute. Non è certo l’uovo di Colombo, ma non è scontato che sia così; e storicamente (serve ricordarlo?) non è sempre stato così. Non è così, del resto, nemmeno in molti paesi del mondo, dove la biomedicina convive – piaccia o no – con altri paradigmi di interpretazione e trattamento degli stati fisiologici e patologici; saperi e pratiche non “scientifici” nei termini in cui la scienza ha costruito sé stessa, ma non per questo meno validi o efficaci per le popolazioni che ne usufruiscono. Diversi.

L’antropologia, con il suo sguardo dissacrante sulla nostra società (frutto del “giro lungo” compiuto a studiare gli Altri, prima di occuparsi anche di Noi) ci ricorda che il sapere autorevole non è per forza quello corretto, ma è “quello che conta” (Jordan, 1997). È il sapere prodotto da chi detiene il potere. Quello riconosciuto socialmente come legittimo e capace di relegare nella marginalità le posizioni altrui (considerate false, sbagliate, antiquate, non scientifiche, alternative, secondo il caso).

È un meccanismo ben noto agli scienziati sociali che studiano il Modello Medico Egemonico. Quando un sapere è abituato a prevalere, perché storicamente si è costruito come portatore della “verità” e come “universalmente valido”, il dialogo con altri modi di (nascere e partorire, nel nostro caso) diventa difficile. È quanto emerge nelle conversazioni alla Camera, in cui esperti di certo non alle prime armi (puntuale e chiaro, per esempio, il contributo dell’esponente della regione Emilia-Romagna Brambilla) non riescono fino in fondo ad avviare una discussione critica con chi difende altre prospettive.

Il rischio è di schierarsi su fronti opposti, come avviene per un attimo sul tema del parto domiciliare. A favore o contro? La questione non è così semplice. È Marta Campiotti – Presidente dell’Associazione Nazionale Ostetriche Parto a Domicilio e Casa Maternità a ripristinare il senso delle cose: “la libertà di scelta del luogo del parto è già riconosciuta, da direttive internazionali e norme locali. Non siamo qui per questo”. Qualcuno l’aveva dimenticato.

Viviamo in un paese in cui 11 regioni su 20 menzionano la possibilità del parto non ospedaliero nella propria normativa[ii] e alcune (Emilia-Romagna, Piemonte, Marche, Lazio, Province autonome di Trento e Bolzano) lo rimborsano parzialmente. Inoltre, in alcune province dell’Emilia-Romagna (Parma e Reggio Emilia, per esempio) e a Torino (Ospedale S. Anna) il Servizio Sanitario Nazionale eroga gratuitamente l’assistenza domiciliare al parto. Mi è successo più volte di raccontare di ciò che accade in Emilia-Romagna in seminari o conferenze svolte all’estero. Porto il mio punto di vista di ricercatrice, essendomi occupata di questo tema negli ultimi 5 anni (Quattrocchi 2014, 2017). Ebbene, all’estero il “caso Emilia-Romagna” – in cui la donna può scegliere di partorire a) in ospedale, b) in casa con un’ostetrica affiliata al servizio pubblico, c) con un’ostetrica privata o d) nella casa maternità il Nido di Bologna (negli ultimi due casi con rimborso di parte dei costi sostenuti), risulta estremamente interessante. Anche agli occhi di paesi – come i Paesi Bassi – che storicamente hanno sostenuto l’approccio fisiologico al parto e alla nascita nell’organizzazione del loro sistema sanitario.

E in Italia? Poco conosciamo e ancor meno valorizziamo queste esperienze. Interessati come siamo alla quantità e non alla qualità delle cose che ci circondano, perché occuparci di un modello assistenziale che riguarda meno dell’1% dei parti nel nostro paese? Il “sapere autorevole”, poi, lo discredita totalmente, nonostante i criteri di sicurezza (in primis, la selezione delle gravidanze a basso rischio) siano definiti a livello internazionale e nazionale. Nel discorso monovocale della biomedicina solo il parto ospedaliero, forte della sua “tecnicalità” (come afferma la deputata Binetti), può offrire la “sicurezza” da tutti giustamente auspicata. Sicurezza: un concetto costruito e decostruito dai presenti in aula, secondo la prospettiva e l’interesse di ciascuno. A portarla al centro del dibattito la domanda posta dall’onorevole Binetti: “Come rendere compatibili il rispetto del processo del percorso naturale con i livelli di sicurezza?”

Direi che, prima di tutto, bisognerebbe costruire un significato condiviso del concetto di sicurezza, se non nella comunità scientifica, per lo meno tra coloro che legiferano. Il sapere autorevole afferma che sicurezza=tecnologia (che si tratti di un’ambulanza o di un ecografo di ultima generazione poco importa). Viviamo in una società che ci ha abituato a considerare migliore (“moderno”) ciò che è tecnologico e a pensare il non tecnologico o il “tradizionale” come “arretrato”. È parte del nostro sistema di valori: di come abbiamo deciso di pensarci e strutturarci come società. Lo accettiamo, pur non dimenticando che i valori cambiano, e le società pure. In ogni caso, ciò non impedisce di poter rendere flessibili le categorie con cui – consapevolmente o no – interpretiamo quotidianamente il mondo. In questo modo, possiamo comprendere che il concetto di sicurezza (in ogni caso soggettivo, come la percezione del rischio, lo ricordano alcuni relatori citando la definizione dell’OMS-Organizzazione Mondiale della Sanità) è amplio e complesso, e non può rimandare solo alla presenza della tecnologia o della neonatologia.

Come dimostrano le tanto decantate evidenze scientifiche, tale concetto contempla non solo le risorse “oggettive” presenti nel setting in cui si partorisce e si nasce; ma anche le relazioni costruite tra i presenti sulla scena del parto. Per esempio, il rapporto di fiducia tra professionista e donna (per questo la continuità assistenziale dovrebbe essere la norma, e non l’eccezione nei nostri ospedali); l’ambiente favorevole e non disturbato (dai discorsi futili dei professionisti in sala parto, all’entrata improvvisa nella sala travaglio dell’uno o dell’altro operatore, ogni donna ha il suo aneddoto da raccontare, temo); il sentirsi protette, contenute e comprese da chi si prende in carico la nostra salute e quella del nostro bambino. Il non sentirsi “invase” da pratiche il più delle volte sconosciute o innecessarie (il consenso informato o il piano del parto non hanno risolto molto); il potersi affidare ad una struttura trasparente, di cui possiamo conoscere le positività, ma anche le criticità (il tasso di cesareo, di episiotomia, di induzione, per esempio); nonché il profilo dei suoi operatori.

E ancora. La sicurezza della donna di potersi affidare a un professionista, certa che saranno rispettati i tempi propri e quelli del bambino, non è forse importante? E la sicurezza di non subire trattamenti irrispettosi, non lo è altrettanto? Certo, è più semplice “rispettare” nelle gravidanze a basso rischio o, per meglio dire, “in salute” (dal 1996 l’OMS ci chiede di contenere l’approccio basato sul rischio nel parto, potremmo iniziare dal linguaggio!). Anche un cesareo può essere, però, “rispettato”: se non nei tempi fisiologici, almeno nei modi, nei comportamenti, nelle informazioni, nel supporto e nell’accompagnamento, nella facilitazione di contatto e allattamento precoci.

Il fatto che la donna si senta sicura e a proprio agio – ovunque e con chiunque e in qualsiasi modo partorisca – non è un elemento costituente del concetto stesso di “sicurezza”? Le evidenze scientifiche dimostrano che donne che si sentono “sicure” presentano “migliori esiti” (per usare la terminologia medico-asettica); in altre parole, tanto loro quanto i neonati presentano migliori condizioni di salute alla nascita.[iii]

Comprendere che partorire e nascere sono eventi esistenziali unici per la persona che li vive e che la dimensione sociale e culturale non può essere elusa (del resto, non lo è assolutamente nella pratica medica: vogliamo discutere del significato simbolico del camice “bianco”?) permette di superare l’approccio meramente tecnocratico[iv] e di guardare al parto, alla gravidanza e al puerperio non come eventi medici, ma come processi complessi, allo stesso tempo bio-psico-sociali e culturali.

Che relazione vi è tra l’ottica riduzionista, organicista, patologicizzante e interventista che a volte caratterizza la nostra pratica ostetrica e le sindromi depressive e traumatiche post-parto, sulle quali tanto si sta indagando negli ultimi anni? E rispetto allo sviluppo psicofisico del bambino, come incide una nascita “violenta”, in cui veniamo “estratti” (letteralmente nei parti operativi e cesarizzati, simbolicamente in quelli indotti o accelerati) prima del tempo? In cui alla pelle, al calore e all’odore della nostra mamma che tanto necessitiamo nei primi momenti della nostra vita si sostituiscono la mano sterile e sconosciuta dell’operatore, le luci abbaglianti, i rumori assordanti, il “bagnetto” e così via?

Davvero dimentichiamo “come” siamo venuti al mondo? O l’esperienza rimane in qualche modo nella nostra memoria e riaffiora in momenti e modi differenti a livello psicofisico, come ci raccontano la psicoanalisi, la neurobiologia e la psiconeuroendocrinoimmunologia? Delle due, personalmente propendo per la seconda opzione.

Ancora di più dopo una lezione che ho tenuto presso l’Università in cui lavoro, all’interno di un corso di antropologia per le professioni sanitarie, in cui si discutevano i saperi e le pratiche del parto in prospettiva interculturale. Come spesso amo fare, quel giorno ho proiettato un documentario: “Il primo respiro” (Gilles de Maistre, 2007), in cui si narra di parto e nascita in diversi contesti culturali e si presentano differenti modelli assistenziali (dal parto ipermedicalizzato a quello auto-assistito). Ebbene, ciò che è accaduta durante la proiezione del video mi emoziona ancora: potrei definirla una “catarsi collettiva”: studenti e studentesse in singhiozzi e in lacrime, libero sfogo a emozioni e a sofferenze – ho compreso poi – antiche. “Tutto quel contatto, quello sguardo della mamma, quegli abbracci…non ho retto a tutto quell’amore incondizionato”, mi ha detto una studentessa avvicinatasi alla cattedra. La discussione post-proiezione mi ha permesso di comprendere come certe ferite, non sanate, riaffiorino. Il contatto con la mamma – se mancato – lo ricordiamo eccome, seppur in forma incosciente. Quella lezione ha sollevato grandi interrogativi e mi ha spinto ad approfondire lo studio dell’impatto che la nascita e il primo accudimento hanno sul nostro sviluppo, non solo nell’infanzia, ma durante l’intero arco della vita.

Forse dovremmo confrontarci maggiormente (se non chi legifera, almeno i loro tecnici) con la letteratura scientifica di frontiera: quella che si assume il rischio di criticare e di proporre paradigmi innovativi. Niccolò Giovannini, ginecologo e ricercatore presso l’Ospedale Mangiagalli di Milano invitato come esperto, cita a questo proposito gli interessanti studi sul microbioma umano in relazione alla nascita e allo sviluppo del sistema immunitario dell’individuo.

O, forse, basterebbe rileggere il piccolo e meraviglioso libro di Frederick Leboyer “Per una nascita senza violenza”, e assumere – per un momento – la prospettiva del neonato.

Perché dovremmo – come società – avallare in maniera acritica un sistema che produce traumi evidence-based (anche in questo caso, quanta letteratura scientifica ormai!) e ferite mother-based (e non parlo del taglio chirurgico)? Se solo ascoltassimo maggiormente le donne incinte, le partorienti e le neo-mamme forse comprenderemmo meglio la riflessione dell’esperta della regione Emilia Romagna Borsari su come uno stesso parto “sia andato bene” secondo gli operatori che lo hanno assistito e sia stato invece considerato “umiliante” e mal vissuto dalla donna che lo ha esperito.

È su questo iato che dovremmo interrogarci, nel tentativo – che si sicuro accompagna la buona volontà di tutti i presenti in aula – di migliorare la qualità dell’assistenza nel nostro paese. Non basta che “mamma e bambino stiano bene” per accompagnare una nascita rispettata. Se ampliamo lo sguardo al processo (e alle sue molteplici dimensioni) e non ci limitiamo a operare nel fatto (l’espulsione o l’estrazione del bambino), la prospettiva cambia profondamente.

Vogliamo continuare a ribadire che la violenza in sala parto non esiste, come sembra suggerire il deputato Benedetto Fucci (firmatario di una delle proposte di legge in discussione), quando afferma “la sua totale ignoranza in materia dopo 30 anni di sala parto?”

Che la si voglia definire “violenza ostetrica” (Venezuela, Argentina e Messico hanno implementato leggi dello Stato che definiscono tale tipo di violenza, concepita come violenza di genere e violazione dei diritti umani), oppure “violenza istituzionale durante l’assistenza ostetrica” (come si preferisce in alcuni paesi, omettendo però che la violenza non dipende dal luogo, ma da un modello assistenziale) o ancora “violazione dei diritti umani nell’assistenza alla salute riproduttiva, come propongono alcuni accademici (Castro, 2015) o, infine, “abuso e mancanza di rispetto durante il parto” – come indica l’OMS (2014), poco importa.

I dati a disposizione sono innegabili e l’OMS è chiara: le donne in ogni parte del mondo (in paesi ad alto o basso reddito) sono oggetto di violenze fisiche e psicologiche durante il parto: non sono rispettate, non sono informate, subiscono pratiche invasive innecessarie o non godono di assistenza idonea alle loro necessità; non possono scegliere e/o partecipare autonomamente a un processo fondamentale che è loro.

Perché? Rispondere a questa domanda richiederebbe entrare nel cuore delle dinamiche e delle logiche strutturali di genere, di potere e di biopotere (il potere dello Stato sui corpi delle persone, come ci ha insegnato Michel Faucoult) che caratterizzano la nostra e le altre società. Non è l’obiettivo di questo breve scritto. Chi volesse approfondire gode oggi di una letteratura crescente, anche dal punto di vista metodologico. Per esempio, riguardo all’identificazione di indicatori e alla validazione di strumenti per “definire” e “misurare” consensualmente la violenza durante il parto e la nascita (e la gravidanza, aggiungerei).[v]

Ciò che mi sembra importante sottolineare in questa occasione è che non possiamo ignorare la voce delle donne e affermare “In Argentina forse…ma in Italia, la violenza ostetrica di sicuro non esiste”, come mi è stato detto qualche mese fa da due illustri esponenti del Comitato Etico della mia regione, in una (surreale) riunione, della quale un giorno – forse – racconterò.

Le donne non tacciono più, lo sappiamo. In Italia e altrove, gli Osservatori sulla Violenza Ostetrica e le campagne mediatiche che ne sono il comune motore di avvio (così è accaduto in Argentina, in Chile, in Brasile, in Italia e in altri paesi) sono ormai strumenti avvallati di denuncia e di azione.

Non tacciono più nemmeno gli operatori sanitari, in primis molte ostetriche (ma anche medici-ginecologi) che denunciano modalità di venire al mondo di per sé violente e di cui sono loro malgrado parte. Un sistema che espropria le donne del loro sapere e del loro potere di dare la vita; che le rende passive, mutilate (fisicamente e/o psicologicamente) e private di quella fiducia in se stesse, tanto importante nell’accudire e nutrire il proprio bambino.

Un sistema che non permette al professionista – nel proprio iter formativo – di toccare con mano la fisiologia del parto, di acquisire quelle competenze culturali, comunicative e relazionali fondamentali per accompagnare un processo tanto complesso come la nascita di un nuovo individuo; e di non essere vittima di burnout, quando si lavora.

Non è un diritto acquisito quello di poter esercitare al meglio la propria professione? E non è un diritto altrettanto acquisito quello di godere della migliore assistenza possibile? La questione dell’esercizio di diritti riconosciuti non è secondaria nel nostro discorso. I diritti riproduttivi sono il tema ombra del dibattito alla Camera, mai troppo esplicito da richiedere una presa di posizione chiara; ma fondante nella sua rilevanza.

Chi ha il diritto di decidere in merito alle “circostanze del proprio parto”? La Corte Europea dei Diritti Umani di Strasburgo non ha dubbi: le donne (sentenza “Ternowsky vs. Ungheria”, 2010). E i diritti umani nel parto? Internazionalmente riconosciuti e socialmente dibattuti, che posizione occupano nel dibattito politico italiano?

“Se ciò significa diritto a contrastare una condotta medica, affermo che questo diritto non può essere sostenuto” – sottolinea ancora il deputato Fucci – spiegando che “il medico in scienza e coscienza è responsabile dell’atto che si sta perpetuando”.

Colgo in queste parole la prospettiva per cui il Medico-Dio (e qui il discorso ci riporta a come formiamo i nostri medici) non può essere criticato. Certo che posso – come cittadino – “contrastare” una condotta medica; posso addirittura denunciare: è previsto dalla legge. La professione – seppur sacralizzata – non esime dalla responsabilità dell’errore o del dolo, per fortuna. Il punto è che il timore al “contrasto” (legale, ovviamente) porta molti professionisti ad iper-intervenire “per dimostrare di aver fatto tutto il possibile”, anche quando non è necessario fare.

Non sempre operiamo secondo le evidenze scientifiche, nonostante invocarle sia diventato ormai una consuetudine. Perché non rileggersi a questo proposito il documento dell’OMS Care in normal birth. A practical guide (1996), in cui ben 29 delle 59 pratiche prese in esame sono considerate inefficaci e dannose, oppure risultano essere utilizzate in maniera inappropriata? Ci sorprenderemmo nel constatare quante di queste costituiscano ancora la routine nei nostri ospedali.

“Definire in maniera chiara le responsabilità” – come suggerisce ancora Fucci – è corretto. Purché ci sforziamo di mantenere uno sguardo plurale e multidimensionale al parto e alla nascita. Il che conduce non solo a ridefinire compiti e responsabilità (da più parti in aula si discute della necessità di fomentare l’autonomia e le competenze dell’ostetrica nelle gravidanze fisiologiche), ma soprattutto a costruire percorsi di co-responsabilità con le donne che assistiamo. Un percorso condiviso, in cui la donna e la coppia possano realmente scegliere insieme al professionista le modalità, le risorse e le tecniche considerate più adeguate tra le varie disponibili; dopo aver ricevuto un’informazione corretta, obiettiva, aggiornata scientificamente, e dove sia contemplato anche il dissenso.

Qualora qualcosa di spiacevole dovesse accadere, non produrrebbe forse questo approccio di condivisione delle decisioni (e dei rischi) meno contenziosi?

Chi spiega, infatti, alla diligente e “paziente” donna incinta a cui il Medico-Dio ha predetto un parto “perfetto” (non servono le parole per predire, i saperi autorevoli utilizzano dispositivi ben più sottili) e un “prodotto-bambino” sano, pulito e profumato un esito negativo? Cosa si racconta a quella mamma che, fiduciosa del proprio sistema medico e del professionista che lo incarna, ha effettuato una decina di ecografie in poco più di sei mesi (molte delle quali inutili, come sappiamo), si è sottoposta a esami e visite “obbligatorie” e raccomandate, mai dubitando dell’operato di chi le sta di fronte (ma molto dubitando di se stessa e del proprio “non autorevole” sapere), se qualcosa dovesse “andare storto”?

E, soprattutto, la renderemmo cosciente che – forse – in altre condizioni, in altri luoghi e con altri professionisti, le cose si sarebbero potute evolvere in maniera differente?

“Come rendere compatibili il rispetto del processo del percorso naturale con i livelli di sicurezza?” chiede l’onorevole Binetti. Innanzitutto, potremmo cominciare con l’onestà intellettuale. Per esempio, a fronte di evidenze scientifiche consolidate, che ci mostrano come modelli assistenziali non interventisti (come il parto domiciliare) siano nei paesi ad alto reddito una modalità sicura, sia per la mamma che per il bambino; e in alcuni casi rappresentino, addirittura, una modalità più sicura del parto ospedaliero, in termini di minor interventi non necessari (Olsen e Clausen, 2012). Ciò non significa proporre il parto in casa a tutte le donne. Significa, però, il dovere etico e scientifico del medico (e aggiungerei del politico) di dialogare con modelli e paradigmi differenti da quelli che, per formazione e habitus, è abituato a considerare “normali” e migliori.

Possiamo negare che l’approccio interventista inneschi a volte una “catena” di eventi, controllabili o gestibili solo con ulteriori interventi? Davvero è questo il modo più sicuro e benefico (non solo in termini di esiti, ma anche in termini di processi) di partorire e nascere nella nostra società? Per chi? Forse, per chi produce e vende ossitocina sintetica; non certo per le mamme e i loro bambini.

Audizioni terminate, rimane la sensazione che, a tratti, riemerga la solita vecchia storia. Quella per cui se il Medico-Dio scendesse dall’altare e diventasse Uomo, la donna potrebbe interloquire con un suo pari, in maniera orizzontale e con il riconoscimento mutuo di diritti e responsabilità. Magari quella donna, convinta anche lei di “non sapere” (cresciuta com’è dentro a un contesto che così l’ha predisposta a pensare) potrebbe suggerire un’alternativa viabile dal suo punto di vista e dal suo sentire di persona nel cui corpo vive e si sviluppa quel bambino. Magari, quell’alternativa piacerebbe anche al suo medico.

Credo davvero – data l’importanza che la medicina difensiva ha assunto oggi nel nostro paese ritorno su questo punto – che in questo modo i contenzioni legali diminuirebbero. E la soddisfazione, tanto del professionista quanto della donna, aumenterebbe.

L’errore di un uomo può essere compreso e giustificato. Un Dio che sbaglia è umanamente inconcepibile.

Bibliografia

  • Davis-Floyd R. 1992 Birth as an American Rite of Passage, Barkley, University of California Press.
  • Castro R., Erviti, J.   (2015). Sociología de la práctica médica autoritaria. Violencia obstétrica, anticoncepción inducida y derechos reproductivos. Cuernavaca, CRIM-UNAM.
  • Jordan, B. 1997 Authoritative knowledge and its construction, in Davis-Floyd R., Sargent F. C. (eds.) Childbirth and Authoritative Knowledge. Cross-Cultural Perspectives, Barkley, University of California Press, pp. 55-88.
  • Olsen O., Clausen J. A. 2012 Planned hospital birth versus planned home birth, Cochrane Library

Database of Systematic Reviews, Issue 9.

  • Quattrocchi, P. 2017 Oltre i luoghi comuni. Partorire e nascere a domicilio e in casa maternità. Una ricerca antropologica, Editpress, Firenze (in corso di stampa).
  • Quattrocchi, P. 2014a Homebirth and the National Health Service in Italy. A qualitative study in the Emilia-Romagna Region, “Canadian Journal of Midwifery. Research and Practice”, vol. 13, Issue 3, pp. 32-39.
  • Quattrocchi, P 2014b, “Riesgo” y “seguridad” durante el embarazo y el parto: desde la visión biomédica hacia la visión de las mujeres que optan por un parto domiciliar. “Periferías, Diálogos y Fronteras”. Actas del XIII Congreso de Antropología de la Federación de Asociaciones de Antropología del Estado Español. Universitat Rovira y Virgili, Tarragona, España, pp. 4444-4465.
  • Sheper-Hughes, N. 1995 “The Primacy of the Ethical. Propositions for a Militant Anthropology”, Current Anthropology, 36, 3, pp. 409-440.
  • World Health Organization, 1996 Care in normal Birth. A practical Guide, Reproductive health and research. Report of a Technical working group. Geneve, World Health Organization.
  • World Health Organization, 2014 The prevention and elimination of disrespect and abuse during facility-based childbirth, Geneva, World Health Organization.

 

Buenos Aires, 20 giugno 2017

Patrizia Quattrocchi

Università degli Studi di Udine
Marie Sklodowska Curie Fellow
http://www.obstetricviolence-project.com
patriziaquattrocchi@yahoo.it
www.uniud.academia.edu/patriziaquattrocchi

[i] Proposte di legge C. 93 Binetti, C. 755 Sbrollini, C. 2818 Binetti, C. 3095 Fucci, C. 3121 Colonnese, C. 3573 D’Incecco, C. 3614 Carnevali, C. 3670 Zaccagnini e C. 3839 Nicchi. Audizione svoltasi il giorno 12 gennaio 2017 (http://webtv.camera.it/evento/10430, visionato nel giugno 2017).

[ii] Lombardia (la prima, già dal 1987), Abruzzo, Piemonte, Emilia-Romagna, Lazio, Marche, Liguria, Valle d’Aosta, , Sicilia, Toscana e Province Autonome di Trento e Bolzano.

[iii] Per rendere maggiormente fruibile il testo, rimando a Quattrocchi, 2014b e 2017 per una rassegna bibliografica delle evidenze scientifiche cui faccio riferimento in questa e in altre parti dello scritto.

[iv] vedasi a questo riguardo le splendide ricerche dell’antropologa Robby Davis-Floyd (1992)

[v] http://www.who.int/reproductivehealth/topics/maternal_perinatal/statement-childbirth-govnts-support/en/support/en/; http://www.who.int/reproductivehealth/topics/maternal_perinatal/disrespect-during-childbirth-videos/en/

Salerno: tesi sulla violenza ostetrica e l’impatto di #bastatacere

Il tema principale affrontato nella tesi è la violenza ostetrica, idea nata dopo aver assistito in prima persona durante l’attività di tirocinio a scene in cui le donne non sempre vengono rispettate e dopo aver ascoltato alcuni racconti dei loro parti precedenti.

Nella prima parte della tesi viene illustrato quali sono, secondo le raccomandazioni dell’OMS, le procedure da effettuare ed evitare durante l’assistenza al travaglio, al parto e al neonato dopo la nascita. Viene esaltata la figura dell’ostetrica, in quanto essa è la professionista che si occupa, dall’inizio alla fine, dell’assistenza alla partoriente e al neonato sano, e le è affidato, inoltre, il compito di promuovere l’allattamento al seno e il contatto precoce tra madre, padre e neonato.

Nella seconda parte della tesi, invece, viene descritto il fenomeno della violenza ostetrica. Un fenomeno nuovo, ancora sconosciuto molte volte, che ci permette di capire perché è importante salvaguardare la fisiologia della nascita e quanto un trauma al momento del parto può essere ricordato dalla donna per sempre.

Nella terza parte, invece, vi è una descrizione dei dati raccolti dall’Osservatorio Violenza Ostetrica e la nascita della mia ricerca avendoli come punto di riferimento.

Nella mia ricerca, condotta nell’Ospedale San Giovanni di Dio e Ruggi D’Aragona di Salerno, sono state intervistate puerpere che hanno avuto un parto vaginale, le ostetriche e le studentesse ostetriche. Alle puerpere è stato chiesto, mediante la compilazione di un questionario, di raccontare l’esperienza del parto attuale o passato e se in una di queste due hanno subito un’assistenza irrispettosa. Sono andata a valutare, qualora avessero subito delle procedure “medicalizzate”, se nel complesso riferiscono un’esperienza di parto positiva o negativa e se tali procedure possono essere considerate lesive della propria dignità.

Alle ostetriche e alle studentesse ostetriche invece, sempre mediante la somministrazione di questionari, è stata chiesta qual’è la conoscenza del fenomeno della violenza ostetrica; quali sono, secondo loro, le pratiche che possono essere considerate irrispettose e se durante il loro lavoro/tirocinio hanno assistito a comportamenti irrispettosi nei confronti delle donne.

Il campione analizzato in questa ricerca comprende 24 Ostetriche (4 hanno rifiutato di partecipare), 70 studentesse ostetriche e 85 donne.

Per comprendere al meglio ogni singolo fattore studiato ho deciso di effettuare una valutazione generale, e cioè mettere insieme i dati dei tre campioni studiati, non analizzandoli come singoli.

Trengafoto1.jpgHo evidenziato che, valutando le risposte alla domanda “Ha mai conosciuto donne che hanno vissuto un’esperienza di parto negativa?”, rivolta alle ostetriche/studentesse, il 93,62 % di esse ha risposto “Si”. Questo dato è interessante, perché andando poi a valutare le risposte delle donne ho cercato di capire, quante di esse dichiarino davvero di aver vissuto un’esperienza negativa.

Da questo dato ho poi analizzato la conoscenza del fenomeno violenza ostetrica. L’83,33% delle ostetriche dichiara di conoscere tale fenomeno, l’87,14% delle studentesse anche. Da questo possiamo evincere che il fenomeno della violenza ostetrica è ben conosciuto all’interno di questi due campioni.

 

Successivamente ho analizzato il grado di conoscenza della campagna mediatica “#Bastatacere“, dell’Osservatorio sulla Violenza Ostetrica e della dichiarazione dell’OMS del 2014 relativa alla “prevenzione ed eliminazione dell’abuso e della mancanza di rispetto durante l’assistenza al parto presso le strutture ospedaliere”.

Il 62,77% dichiara di conoscere la campagna mediatica “#bastatacere”, il 41,49% è a conoscenza dell’Osservatorio sulla Violenza Ostetrica e il 30,85% di esse non conosce la dichiarazione dell’OMS del 2014, la restante parte dichiara di conoscerla (24,47%) o di conoscerla vagamente (42,55%).

 

Da questi dati possiamo evincere che c’è una buona conoscenza sia del fenomeno sia di questa campagna mediatica, nata al fine di ridurre l’incidenza di tale fenomeno.

Per rendere possibile la valutazione della frequenza di tale fenomeno all’interno dell’Ospedale San Giovanni Di Dio e Ruggi D’aragona, è stato richiesto alle ostetriche e alle studentesse se avessero personalmente assistito, durante la carriera universitaria/lavorativa, ad atti riconducibili a violenza ostetrica.

E’ stato rilevato che il 50% delle ostetriche riferisce di assistere raramente ad atti riconducibili a violenza ostetrica e l’8%, invece, dichiara di non aver mai assistito a questo tipo di atti. Contrariamente il restante 42% dichiara di assistere a fenomeni di violenza ostetrica: il 13% di esse quasi tutti i giorni, il 21% in media una volta a settimana e l’8% in media una volta al mese.

 

Andando poi a valutare le risposte delle studentesse ostetriche è evidente come i risultati si discostano molto da quelli delle ostetriche. Esse dichiarano di assistere ad atti riconducibili a violenza ostetrica nel 68,57% dei casi (il 17,14% quasi tutti i giorni, 34,29% una volta a settimana e il 17,14% una volta al mese), solo il 24,29% dichiara di assistere raramente e solo il 5,71% mai.

Da questi dati si evince che le studentesse, attraverso il percorso di studi universitario, sono maggiormente consapevoli dei comportamenti riconducibili a pratiche ben lontane dalle best practice dell’assistenza e che quindi possono essere identificati come episodi di violenza ostetrica.

Questa discrepanza può essere anche riconducibile al mancato aggiornamento professionale che dovrebbe essere effettuato continuamente dalle ostetriche stesse come si evince anche dal comma 4 del decreto ministeriale 740 del 94’: “L’ostetrica/o contribuisce alla formazione del personale di supporto e concorre direttamente all’aggiornamento relativo al proprio profilo professionale e alla ricerca.[1]

 

Dai dati emerge la consapevolezza del fatto che la violenza ostetrica viene esercitata sia da professionisti medici che sanitari coinvolti nella nascita.

Trengafoto12Oltre a questo è stato chiesto alle ostetriche e alle studentesse di contrassegnare le esperienze che risultano, secondo il loro parere, riconducibili al fenomeno violenza ostetrica. I risultati sono conformi al significato attribuito al suddetto termine.

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Successivamente ho eseguito la valutazione per comprendere se le pratiche sconsigliate dall’OMS siano considerate tali anche dalle ostetriche e capire, grazie alle testimonianze delle donne, se queste pratiche vengono comunque eseguite e con quale frequenza. Dai risultati si evince che, nonostante il riconoscimento da parte delle ostetriche nel considerare alcune pratiche da sconsigliare, le donne hanno testimoniato di aver subito la maggior parte di esse, alcune addirittura con percentuali elevate. Un esempio lampante è dato dal 46% di donne che hanno subito la pratica dell’episiotomia e dal 33% che ha subito la manovra di Kristeller, entrambe pratiche altamente sconsigliate.

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Nonostante questo, le donne intervistate non considerano lesive per la propria dignità tali pratiche che però, per la loro frequenza, potrebbero essere attribuibili ad una eccessiva medicalizzazione.

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Un altro fattore che emerge dalla mia analisi è il non rispetto del primo contatto tra madre e neonato; le donne riferiscono di aver potuto effettuare il contatto pelle-pelle solo per 5 minuti (in media) e di aver raggiunto il nido dopo 9 ore (in media). La problematica alla base è la distanza logistica presente tra il reparto di ostetricia e il nido che reca maggiore difficoltà alle donne nel raggiungimento dei propri bambini.

Questo ci fa capire la scarsa promozione all’allattamento presente all’interno di questo ospedale infatti, il consiglio prevalente da parte delle donne, riguarda la necessità dell’introduzione del rooming-in.

Dai dati si può, inoltre, concludere che la maggior parte delle donne non considera né irrispettose né lesive alcune pratiche che l’OMS non raccomanda, anzi consiglia di evitare. Questo può essere dovuto alla scarsa informazione da parte delle donne sulle pratiche legate all’assistenza alla nascita, soprattutto per le donne che non hanno effettuato un corso di accompagnamento alla nascita. Il più delle volte queste pratiche sono vissute come un “aiuto”.

In conclusione, gli sforzi verso una maggiore umanizzazione dell’evento nascita, il rispetto dei tempi fisiologici e dei bisogni della donna, dall’inizio della gravidanza al parto, sono più che attuali. Inoltre, un continuo aggiornamento sulle evidenze scientifiche e le migliori pratiche da parte degli operatori è oltremodo necessario, incluso il rapporto con le partorienti che non può prescindere dal rispetto dei loro diritti fondamentali.  Il modello di assistenza basato sull’ostetrica (midwifery model of care) e l’approccio personalizzato e continuativo (one-to-one), proposti dall’OMS, avendo migliori esiti di salute e sicurezza per la madre e il bambino, dovrebbero essere promossi dal Servizio sanitario nazionale e regionale, in collaborazione con la Federazione Nazionale dei Collegi delle Ostetriche. I corsi di accompagnamento alla nascita condotti da ostetriche, nell’ambito dei servizi consultoriali, hanno dimostrato di essere il metodo più efficace nella preparazione delle donne al parto, con migliori esiti di salute e consapevolezza. Una proposta aggiuntiva potrebbe essere l’ambulatorio della gravidanza fisiologica oppure un punto di informazione on line gestito da ostetriche, in modo da offrire alle donne la possibilità di accedere più facilmente e più velocemente alle informazioni necessarie, avendo come punto di riferimento una professionista pronta a rispondere alle sue richieste.

MariellaTrengaIn quanto nuova ostetrica, che inizia ad affacciarsi al mondo della nascita sento l’urgenza di affrontare la mia professione con maggiore scienza e coscienza, considerando il proprio lavoro come una vera missione da portare a termine quotidianamente, riponendo PIU’ AMORE E PASSIONE ALL’INTERNO DELLA PROPRIA ASSISTENZA.

Riassunto della tesi di Mariella Trenga, presso l’Università degli Studi di Salerno, 2017. Relatrice dott.ssa Rosa Rita Oro. 

(c) Mariella Trenga. Tutti di diritti sul testo, sulle infografiche e sulle foto sono riservati e sono da considerarsi proprietà dell’autrice. 

 

 

#Bastatacere è stata un’esperienza potente e travolgente

Era il 4 aprile di un anno fa.

12909445_264411297227379_585488977205400760_oTra le varie notifiche di Facebook una attira la mia attenzione: riguarda una nuova pagina, si chiama Basta tacere: le madri hanno voce ed è un’iniziativa che intende far conoscere il fenomeno della violenza ostetrica attraverso un mezzo immediato ed efficace, ovvero le esperienze delle madri raccontate sinteticamente in prima persona dalle protagoniste attraverso foto-cartelli.

Leggo che per le associazioni sensibili alla tematica c’è la possibilità di aderire e, senza esitare, mi confronto con le altre madri di Rinascere al Naturale Onlus e del Comitato per la Buona Nascita. Il parere è unanime, così come l’entusiasmo e la volontà di fare la nostra parte.

Così da subito siamo entrate nella famiglia delle madri attiviste che hanno curato l’iniziativa. Ricordo che, già nelle prime ore, era impressionante vedere quanto rapidamente aumentava il numero dei like alla pagina, e con esso cresceva la nostra emozione, il nostro entusiasmo.

12809705_264412523893923_500122196965867031_nInsieme ai like aumentava vertiginosamente il numero di messaggi privati con foto-cartelli da pubblicare. Tantissimi per tutto il giorno, uno per ogni manciata di secondi. Ma molti anche di notte. Storie evidentemente a lungo represse che ora finalmente trovavano una via di sfogo: il vaso di Pandora era stato scoperchiato!

12967430_264906437177865_7000965569865574935_oE ben presto, come per ogni fenomeno che irrompe prepotente e rompe gli equilibri, sono arrivate le critiche, le opposizioni, persino le offese da parte di chi a tutti i costi voleva dire che no, non ci credeva a tanta violenza, che il tale cartello era evidentemente opera di una squilibrata e le parole leggibili in tal’altra foto erano frutto di fanatismo, che di stupro proprio non si poteva parlare e che le autrici esageravano. Messaggi da moderare, da contenere, con una calma ed un equilibrio a volte difficili da trovare, perché le ferite di quelle donne che, in alcuni casi, venivano mostrate allora per la prima volta sanguinavano ancora, ed esposte ai commenti implacabili dei lettori sanguinavano due volte. Qualcuna non ce l’ha fatta, non era pronta, ed all’arrivo dei primi duri commenti ci ha chiesto di eliminare il suo foto-cartello.

Ma tanti, tantissimi, sono ancora lì, e tra essi anche qualcuno mio, delle mie socie, delle donne incontrate ed ascoltate in questi anni di volontariato ed attivismo. Tutti insieme, con quelli di centinaia di sconosciute, a testimoniare un fenomeno che non si può più ignorare. E sarebbero stati anche di più se la campagna non fosse durata solo quindici giorni, perché di messaggi privati con i foto-cartelli ne sono arrivati ancora tanti dopo il 19 aprile 2016.

12968186_266243983710777_5687610419553132899_oQuei cartelli, scritti da madri, da padri, ma anche da ostetriche, sono lì a ritrarre una realtà a lungo taciuta e negata, a dare finalmente voce e dignità ad un dolore represso. Sono lì a dire che attendiamo che chi ne ha le competenze apra gli occhi e trovi i mezzi per restituire finalmente il rispetto dei propri diritti e la bellezza del parto alle donne, alle madri, alle ostetriche ed agli operatori che credono nell’importanza di un’assistenza ostetrica rispettosa.

#Bastatacere è stata un’esperienza potente e travolgente. Per noi, uno sparuto gruppo di madri attiviste che ha avuto l’onere e l’onore di accogliere le storie delle madri italiane, ad un anno di distanza rimangono vive le emozioni di quelle due settimane intense. Da parte mia grande è la gratitudine per chi ha ideato e permesso questo miracolo di sorellanza, e ancor più grande quella per tutte le donne che hanno smesso di tacere.

Denise Montinaro

Basta tacere: un anno dopo…

LOGO NANAYOrmai da tempo noi ragazze fondatrici dell’associazione Nanay eravamo impegnate ad ascoltare le storie delle donne. I cerchi di condivisione avevano aperto la possibilità di creare uno spazio sacro, speciale in cui rifugiarsi e raccontare. Ci raccontavamo storie: storie di vita delle nostre gravidanze, dei nostri parti e di tutto quanto ruota attorno a questo mondo.

Si, perché la gravidanza non è un evento privato che pertiene alle madri, ma un mondo molto più ampio a livello sociale e che interessa molti, su vari livelli. Ma questa è un’altra storia… o forse no, visto che ci siamo rese conto che era necessario aprire questo spazio di libertà a molte più donne.

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Così, spinte dall’idea di Elena Skoko abbiamo deciso con lei di lanciare questa campagna e tentare pubblicamente di dar voce alle madri. Così ci siamo fotografate denunciando anche ciò che noi in prima persona avevamo vissuto e abbiamo chiesto alle donne e alle amiche più vicine se volevano farlo anche loro. E come se tutto fosse stato già lì, pronto per manifestarsi, le donne hanno iniziato a parlare.

È stata come un’onda che ci ha travolte, senza che noi ne avessimo realmente coscienza. In poche ore hanno iniziato ad inviarci messaggi con foto centinaia di donne con le loro storie e i loro mondi. Tutto è semplicemente accaduto, noi continuavamo a postare le immagini di donne che attraverso i loro cartelli denunciavano le violenze, gli abusi e quanto di più assurdo la mente umana possa concepire.

Noi da sole davanti ai nostri computer continuavamo a rispondere ai 100, 1000, 70.000 messaggi che le donne ci inviavano per raccontare finalmente a qualcuno cosa era realmente accaduto loro. Noi tutte come sotto un incantesimo, siamo state capaci di coordinarci senza dire nulla ma solo sintonizzandoci sul dolore di tutte.

È stata una settimana folle, in cui non riuscivo a dormire e mangiare per non togliere il tempo alla possibilità di rispondere e postare… era diventata la mia missione!20160413_172207

Ma realmente, non riuscivo a dormire e mangiare perché ero provata da quello che ascoltavo, il mio corpo era irrigidito su una sedia e avevo poca forza per fare qualunque altra cosa che non fosse rispondere e tentare di essere lì, presente, con tutta me stessa.

Inoltre ci dovevamo destreggiare anche con personaggi assurdi, che continuavano a fare scempio con commenti offensivi e posizioni ridicole. 

Non comprendo ancora bene cosa sia accaduto su un piano emotivo, so solo che alla fine della campagna tutto ciò che volevo era piangere, cantare e ballare…  l’ho fatto!

Grazie a tutte le donne che hanno creato questa onda meravigliosa, che nel dolore sono riuscite a tessere un altro piccolo lembo della storia che ci vuole protagoniste delle nostre vite.

Grazie a tutte,

con amore

Nadia, co-fondatrice dell’associazione Nanay

 

Buon Anniversario, #bastatacere

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Oggi celebriamo un anno dalla campagna “#bastatacere: le madri hanno voce”.

È iniziata a mezzanotte del 4 aprile 2016 ed è finita il 19 aprile alle 23.59. Quindici giorni di storie sulla violenza ostetrica, raccontate, lette, accolte e condivise con tutti dal vivo, ventiquattr’ore su ventiquattro. Migliaia di donne hanno deciso di non tacere più e hanno raccontato di abusi e mancanze di rispetto che hanno vissuto negli ospedali italiani durante il loro parto e la nascita dei loro figli.

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La campagna ha suscitato l’interesse della stampa che ha prodotto oltre 70 articoli sul tema. La notizia è stata coperta soprattutto da madri giornaliste. La stampa ufficiale, come le radio e le TV hanno taciuto. Il tam-tam delle madri che raccontavano le loro esperienze è stato tale che anche i tassisti di Roma ne erano a conoscenza. È noto che i tassisti sanno di tutte le cose importanti che succedono in giro, specialmente nella Capitale, dove per arrivare alle sedi del Governo, l’unico mezzo è, appunto, un taxi. Chi doveva sentire ha sentito, chi doveva rispondere ha taciuto. 

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“Ore 00.00 del 4 aprile 2016 cominciava un impresa, dolorosa, faticosa, insonne, fatta di ascolto, sorellanza, comprensione, empatia, amore, dove abbiamo chiesto alle madri di smettere di tacere, e ci doveva essere qualcuno disposto a accogliere chi a smesso di tacere, io c’ero e ho ascoltato, ancora mi fanno male le orecchie!”
Michela Cericco, presidente dell’ass. Goccia Magica. 

Sono state dieci le associazioni di madri che hanno promosso e gestito la campagna per tutta la durata ed oltre. Sono associazioni di cittadine, genitori e utenti del sistema sanitario nazionale che si occupano da anni del tema della buona nascita e delle inappropriatezze all’interno dell’assistenza alla maternità. Sono queste ed altre le associazioni nazionali che accolgono le madri con vissuti traumatici legati alla nascita e, tramite la condivisione di storie e informazioni, le aiutano a rimettersi in piedi e continuare a vivere e occuparsi dei loro figli e della loro famiglia. Perché le madri non hanno scelta. Alcune non ce la fanno. Il suicidio è una delle prime cause indirette di morte post-parto. La maggior parte si riprende da sola. E questo è il fenomeno più eccezionale che merita attenzione e onore. Come fanno le madri a superare non solo un evento così esigente e arduo come il parto in sé, ma in più un’assistenza che lascia danni fisici e psicologici a vita?

La questione non è quante sono state maltrattate, ma quante pur essendo state maltrattate hanno continuato a fare una vita “normale”. Durante la campagna mediatica #bastatacere migliaia hanno parlato, ma sono molte di più quelle che tengono ancora per sé il vissuto brutto per non “rovinare” il ricordo di un evento così bello come la nascita di una figlia o un figlio. 

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Alla fine della campagna abbiamo lanciato l’Osservatorio sulla Violenza Ostetrica Italia.

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Quello che abbiamo fatto in quei 15 giorni è stato raccontato nel “#Bastatacere report“, un opuscolo in formato PDF e stampabile in formato A4 che, in modo semplice e sistematico, racconta cosa è successo, come è successo e quale ne è l’eredità che rimane per i contemporanei e per i posteri.

Il report viene usato da ricercatrici, studiose, giornaliste e tutte le persone che si interessano dell’argomento della violenza ostetrica e dell’assistenza alla nascita. Il documento viene tutt’ora consegnato ai rappresentati dei cittadini e soprattutto ai sindaci (come nell’iniziativa “Il Camper Rosa delle madri”).

vipi12Il sindaco è autorità sanitaria locale. In questa veste, ai sensi dell’art. 32 della legge n. 833/1978 e dell’art. 117 del D.Lgs. n. 112/1998, può anche emanare ordinanze contingibili ed urgenti, con efficacia estesa al territorio comunale, in caso di emergenze sanitarie e di igiene pubblica.

Le madri continuano a raccogliere i vissuti di madri, padri e operatori nel questionario QuestOVO, dove è ancora possibile raccontare la propria storia in forma di dati e di contenuti discorsivi. QuestOVO chiuderà il 23 maggio 2017. Fino a questa data sarà possibile contribuire con la propria storia. I dati verranno elaborati e pubblicati.

Ci è stato detto che il fenomeno che l’Organizzazione Mondiale della Sanità chiama “abuso e mancanza di rispetto nel parto nelle strutture ospedaliere” in Italia non esiste – perché non ci sono i dati. Fino ad oggi 2.331 persone hanno partecipato a QuestOVO e hanno fornito dati che noi elaboreremo e consegneremo a chi di dovere. Con dialogo, atti concreti, la ricerca e l’advocacy abbiamo risposto all’invito dell’OMS. L’abbiamo preso alla lettera.

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Non sono solo le madri a fornire i dati qualitativi (in forma di parole) e quantitativi (in forma di numeri) sul fenomeno della violenza ostetrica in Italia, anche le università e i Collegi delle Ostetriche in tutta Italia stanno facendo ricerca sul fenomeno e producono dati che le istituzioni dovranno prendere in considerazione, visto che sono rimaste sorde e incredule nei confronti dei discorsi delle cittadine e utenti, chiamate anche “un gruppo di esaltate”. 

barbaralongofotoOVOItalia collabora con l’Università “Roma TRE”, l’Università di Milano, l’Università di Milano-Bicocca e l’Università di Salerno compartecipando alle tesi sul tema, aiutando le studentesse a produrre dati e a dare un senso a tutto quello che succede durante l’assistenza al parto. Una delle prime laureate sul tema ha studiato l’impatto della campagna #bastatacere sulle ostetriche e studentesse ostetriche, con risultati molto interessanti.

Per rispondere a chi vuole chiudere gli occhi, la bocca e le orecchie, possiamo dire che #bastatacere non è un’iniziativa di “un gruppo di esaltate”, ma una legittima e auspicata attività di advocacy.

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La nostra attività di advocacy non è arrivata soltanto alle orecchie dei tassisti di Roma, ma anche alla Camera dei Deputati, presso la Commissione Affari Sociali dove di recente si sono tenute le audizioni sul tema del parto in Italia e sulle varie proposte di legge – inclusa la nostra. Molte sono state le persone audite in merito, anche prima dell’audizione registrata (dietro la nostra richiesta), che potete vedere per intero qui sotto:

Durante le audizioni la Regione Emilia-Romagna è stata molto chiara nel sottolineare la necessità, da parte del Governo, di affrontare l’argomento della violenza nel parto in modo concreto e urgente. 

Noi siamo qui, come madri, come cittadine e utenti, un anno dopo la campagna #bastatacere, ancora unite nella rete nazionale e internazionale che porta avanti i discorsi e le storie di madri e padri davanti alle istituzioni e alla società civile.

Ringraziamo tutte le madri che hanno forza di proseguire in silenzio oppure raccontando. Noi vi onoriamo. 

Elena Skoko

Sangue del SUO sangue

Comunicazione urgente. La Regione Lazio ha revocato la sala e il patrocinio per la proiezione dell’anteprima della video inchiesta Sangue del suo sangue. Le organizzatrici stanno cercando di trovare una location alternativa. Per tutti gli aggiornamenti: comitato CoRDiN.

Sangue del suo sangue
di Amyel Garnaoui e Angelo Loy

Prima video inchiesta sulla donazione del cordone

locandina REVOCATA_senza salaIn cosa consiste la donazione del sangue del cordone ombelicale? La pratica della raccolta del sangue cordonale ha delle conseguenze sulla salute del neonato? A chi appartiene il sangue del cordone ombelicale? A chi appartengono le cellule staminali contenute in questo sangue? Le donne sono correttamente informate sulla natura di questa donazione? Quanto costa al Servizio Sanitario Nazionale la raccolta e la conservazione del sangue cordonale? Esistono alternative efficaci a questa donazione?

Queste le domande che intende sollevare il film, attraverso un viaggio in Italia alla ricerca delle figure coinvolte in tale complessa realtà: madri, ostetriche, ginecologi, ricercatori, politici, magistrati, associazioni, pazienti, alla luce delle più recenti ricerche scientifiche.

 

Si sta organizzando una proiezione in contemporanea nazionale il giorno 7 aprile 2017, in occasione della giornata Nazionale della Salute nelle varie città. Se siete interessate ad aderire e organizzare una proiezione nella vostra area vi preghiamo di scrivere al seguente indirizzo: sanguedelsuosangue@gmail.com.

Qui la mappa delle proiezioni, in continuo aggiornamento: